giovedì 29 luglio 2010

STORIE DA SOTTO L'ALBERO SENZA CLOROFILLA



AMSTERDAM

''Perchè quelle ombre si muovono?''

''Cosa?''

''Le ombre. Sulle pareti e sul soffitto, si agitano, le vedo scorrere..stanno per venire a prendermi.''

''Ma di che diavolo stai parlando Gretel? Zitta e rimani nel letto.''

''Le guardo con la coda degli occhi, non oso muovermi, ho pura che se sposto anche un solo sopracciglio mi vedono e vengono a prendermi. Aiuto ho paura...eccole..si muovon...''

''Maledizione Gretel smettila! Non c'e' nessuna ombra. Sono le tre di notte, sono solo i riflessi delle luci di fuori che entrano dalle persiane. Rimani nel letto, rilassati e sogna.''

''Hànsel ora si muovono più veloci! Aiutami, eccole vengono a prendermi Hànsel aiuto.. AAAAAH! Hànsel!!''

''Gretel fermati non alzarti, qualsiasi cosa tu veda non alzarti rimani attaccata al letto..''


''HANSEL!''

''No! Fermati non alzarti! Gretel, fermati!''

''Eccole eccole!! oddio sono qui intorno a me, mi stanno prendendo! mi prendono, NOOOO!!''

''Gretel dove vai? no! ritorna nel letto, Greteeeeel! Togliti dalla finestra Gretel siamo all'ottavo piano, Gretel! NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO.''



ASSENZIO (RICORDATI CHE IO SONO STATO IL PRIMO A DIRTI CHE SONO PIENO DI MERDA)

Paga il mio rispetto. Ormai ho capito tutto. Quando tutte queste facce di culo qui intorno a me rideranno, credendosi chissà chi, e mi ritroverò a sputare i miei polmoni nel cesso, avrò capito tutto. Nessun posto dove dover andare, senza quel senso soffocante di bisogno, finalmente libero. Possibile che non lo capisci? Guardati intorno, sono tutti pieni di piscio, tutti presi dai loro lavori, dalle loro carriere, dalle loro religioni. Credono di aver riempito la lura insulsa vita umana e ti guarderanno con disprezzo, lo stesso che tu provi per loro. La loro quotidianità è il loro credo, il loro Dio; ma ti ripeto, sono solamente pieni di piscio e non la smetteranno mai. E quando il primo di loro verrà a chiedermi quale posto occuppo nella società, gli cacherò il mio cuore sul pavimento e poi me ne andrò, libero con la mia fede della non-credenza in niente. Per la mia strada non voglio nessuno.


MESCALINA

Sei pronto?...

''Si. Però non so se ci riuscirò''

Perchè dici questo?...

''E' troppo tempo che non ci provo. Una vita.''

Vedrai ti aiuterò io. Non dubitare amico mio, ce la farai...

''Non so forse è meglio lasciar stare''

Fidati, ormai ci siamo. Avanti, vieni.....



'''E quella chi è? Credi di riuscirci così facilmente? Lo sai quante persone sulla sedia a rotelle ho visto nella mia vita? Cosa me ne dovrebbe importare?'''

Si chiama Granita. Ha sette anni...

'''Ti ripeto è inutile. Io non.....Oh mio Dio!'''

'''Oddio! Cos...cos'è? Cosa mi sta succedendo?!'''

Lo vedi? Il suo passato ed il suo presente...

'''Ti prego fermati! Sono nei suoi occhi, nel suo corpo, nella s-sua testa! Dio mio!Ti prego fermati..AAAAH!'''

'''Vedo l'incidente a quattro anni. Lo scoglio, il mare, mia madre che mi tiene in braccio nell'acqua calda, gli schizzi, il sole....il motoscafo! Oh dio nooooo!'''

E il presente? Come va il presente?...

'''Sono a scuola. Gli altri bambini giocano felici e spensierati. Le gambe! AAAH...Dio che voglia di camminare! E' atroce, è come...è come...dei chiodi, dei paletti di acciaio infilzati nelle cosce che mi impediscono di alzarmi. Ma il dolore non è fisico. E' qualcosa di peggio. E' la voglia di scendere, di correre come gli altri. Ti prego basta! Basta!'''

Ah... ora lo vedi...senti..

'''Fermati voglio uscire. Fammi scendere ti supplico'''

Ancora un pò amico mio...

''' V- vedo mio padre, un uomo troppo misero e debole per ribellarsi alle offese dei miei compagni di scuola; piange più di mia madre. Troppo debole per far sentire la sua voce e far costruire quella rampa speciale, che mi si deve per legge, all'ingresso della scuola. Mi permetterebbe di entrare da sola senza che lui mi debba sollevare e portare in braccio per tutte quelle scale...ogni singola mattina. Nessuno lo ha mai aiutato e...i bambini più cattivi ridono sempre di quella scena umiliante.'''

E la mamma? Come sta la mamma?...

'''Mia madre non riesce più a piangere... è in bagno..s-si uccide lentamente..No mamma!!...Ti prego basta..ho...ho sentito. Ma ora smettila ti prego, liberami..'''

Allora, hai visto la storia di Granita?

'''S-si'''

Ah,Ah,Ah. Bene amico mio, sei pronto per il prossimo viaggio?...

'''Quanto tempo ho ancora?'''

Quello di un ultimo giretto. Vedi, ci sto riuscendo. Ah,Ah,Ah. Proseguiamo...

'''Dove sono? Chi è quel ragazzo?'''

Un principe, o meglio lo era...

'''Ma è completamente nudo...e sta avvinghiato su qualcosa...'''

Oh si. Hai visto bene mio giovane amico..ma avviciniamoci..devi osservare il suo volto prima di tutto....

'''Oh Dio santo! E' completamente trasfigurato..n-non ho mai visto niente del genere..ma cosa gli è accaduto?'''

Il principe senza speranze lo chiamano. Un tempo era un principe giovane e forte, godeva delle sue terre e governava la sua gente, il suo regno nel migliore dei modi. Poi arrivò una ragazza. Il principe decise che da quel giorno i suoi occhi non avrebbero dovuto mai più staccarsi da quella creatura così stupefacente. Ne fece la sua sua sposa e divennero Re e Regina. Lui non faceva altro che amarla e dedicarle il suo corpo e la sua mente. Poi una notte il Re ebbe un incubo: la sua Regina era lì stesa accanto a lui nel letto; lui dormiva ma poteva sentirla. Lei gli stava raccontando, in un delirio di crudeltà, che non l'amava e che lo aveva sposato solo per essere regina ed ora stava per scappare con un forestiero di cui si era follemente innamorata e con il quale lo aveva già tradito. Ma la cosa più orribile fu il suo ghigno finale, spietato e cinico, con il quale gli confessò quella verità. Il Re si svegliò ma la sua Regina era al suo fianco e dormiva beata. Un incubo pensò. Passò altro tempo finchè un giorno uno straniero arrivò nella contea. La Regina dopo qualche ora da quell'arrivo, svanì nel nulla. La notizia fece scalpore in tutto il regno, la gente mormorava e rimaneva sconcertata del fatto che il Re non si facesso vivo per spiegare l'accaduto. Il Re non fece nulla, alcuni servi lo videro passare una settimana intera appoggiato alla finestra del grande salone senza mai sedersi, ne dormire ne tantomeno mangiare. Lui aveva visto la verità. Da quella finestra. La sua stessa vita salire sul cavallo di quell'uomo e scappare via, per sempre; la sua Regina si voltò solo per mostrargli un sorriso che una notte aveva già visto. Un incubo aveva pensato. Il principe passò un anno incollato a quella finestra. Permise alla sua mente di corroderlo e trasformarlo in ciò che ora vedi, intanto il regno andava in rovina, i barbari non trovarono difficoltà ad espugnare le difese del corpo di guardia , il quale non avendo potuto ricevere ordini dal proprio re, si arrese e venne annientato. Quando arrivarono al castello, gli invasori non trovarono nessuno, solo dei vestiti da Re che giacevano al suolo...

'''Che storia è questa?'''

Te l'ho detto mio giovane amico...è la storia del principe senza Speranze...

'''Si, ma perchè me l'hai raccontata? Perchè siamo qui?'''

Il principe si ritirò sulla vetta della montagna più alta, appena fuori i confini del Regno. Un posto lugubre e tetro, adatto alla sua nuova entità, alla sua nuova anima. Nudo e senza più nessuna spinta vitale si rifugiò qui, nella grotta in cui lo vedi. Con la forza della sua ultima disperazione, l'unico sentimento che lo teneva ancora a galla nel mondo dei vivi, convocò il Maligno. Ciò che Gli chiese fu sconcertante e Lui, il Diavolo in persona, non riusciva a credere a quello che il principe voleva che gli regalasse. Una sfera magica che poteva permettere al pricipe di vedere ciò che la sua Regina faceva in ogni singolo momento della giornata, della notte, della sua vita: il principe aveva deciso che per l'eternità avrebbe sofferto il male più orribile e atroce; struggimento e distruzione. Un sadico? pensò il Maligno...il principe si voltò per rispondergli 'No sono solo un colpevole, un peccatore, ed il mio è il peccato più mortale: l'Amore. Non quello delle poesie o quello che si scrive sui libri o che si narra nelle favole. L'Amore mortale. Il pricipe era questo, il vero amore, che l'umanità non conoscerà mai. Il Peccato. Perchè innamorarsi dovrebbe essere la prima cosa. Perchè innamorasi potrebbe essere la peggior cosa.' L'amore è peccato...

'''S-sta avvinghiato su una sfera che mostra il trascorrere della vita della persona per cui è morto, che l'ha tradito?! Ma è orribile, non può farlo...è un sadico...'''

Vuoi provare?....

'''No ti prego! Non puoi farlo..'''

Naturalmente, a differenza di quello di Granita, se ti facessi provare tutto il dolore del principe senza speranze, moriresti mio giovane amico. Ah Ah Ah. Tranquillo te ne darò solo un assaggio...

'''NO!! Ti Prego NO!...AH...AAAAAH...AAAAAAAAAAAHH'''




''Dove, dove sono? Sono morto?''

No mio giovane amico, hai solo perso conoscenza. Tranquillo ora sei a casa. Beh il tempo è ormai terminato, ci dobbiamo salutare. Allora com'è andata?...

''B-bene. ti ringrazio. Finalmente ci sono riuscito. Ti devo molto. Grazie a te ho finalmente...sofferto...di nuovo.''

Ah Ah Ah! te l'avevo detto che ci sarei riuscito! Beh se vuoi potrai venire a trovarmi di nuovo. Sei divertente sai. Usami quando vuoi. Ah Ah Ah. Ora ti devo salutare Addio

''Addio''




Giovanni Sansone

giovedì 1 luglio 2010

SOGNO INFERNALE




Ho visto lacrime graffiarti il volto, sotto la luna, mentre sedevi su scale di pietra antica. Ti ho vista vomitare, mentre fuggivi dalle mie braccia, per il disgusto ed il disprezzo che nutriva nei tuoi confronti un altro come me. Era al mio posto tempi addietro ed ora vedendo usurpato il suo posto ti accusava di alto tradimento; era come se la gelosia e la follia avessero completamente preso il sopravvento trasformandolo in una bestia immonda, trasfigurandolo nel fisico e nella mente: i suoi occhi e la sua lingua sputavano fiamme su di me e veleno su di te. Non mi sorpresi: io, al suo posto, avrei reagito nello stesso identico modo. Come si poteva non sconfinare nell’irrazionalità con te amor mio vedendoti tra le brame di un altro?? Eppure il poveretto non suscitò solo pena dentro di me, ma anche una tremenda paura. In seguito ti ho aspettata per ore vagabondando in terra a me nemica, solo per un unico bacio fuggente. Sbagliando, o forse no, ti ho creduta diversa da tutti quanti gli altri, ma poi ho sentito la tua voce, qualche sera dopo, cantare la stessa canzone che tutti cantavano; dopo tutto quella era la tua gente mentre io ero solo un estraneo che si doveva nascondere, stando attento a non farsi scoprire, non appartenevo a quel mondo. Nonostante stessi con te, mio angelo nero, e sapendo che rivelandoti i miei tradimenti materiali ti avrei potuta perdere per sempre, una notte, preso dai forti sensi di colpa mentre ti baciavo, ti confessai i miei peccati carnali con creature inferiori della mia razza. Tu mi perdonasti, come solo un Dio può, nei confronti di un insulsa vita mortale, ma la storia, la nostra soria, aveva ormai fatto il suo corso. In una delle ultime sere d'estate, mentre ero davanti al mio specchio che rifletteva solo i miei capricci e i miei tormenti, una nuvola rossa in un cielo nero ed eterno mi portava il tuo messaggio: senza ne un ultimo bacio ne un ultimo sguardo, tu mi stavi lasciando. Per sempre. Poi venne la notte, quella più buia e profonda. Al mattino seguente mi accorsi che alcuni diavoli minori mi avevano portato nel Limbo; ora stava a me decidere tra la redenzione o la caduta. Ma il tempo si era fermato nel mio corpo come nella mia mente, ed il mio cuore troppo misero e dannato per sopportare un dolore tanto immenso. Quei maledetti avevano puntato su un cavallo vincente: acconsentii e regalai loro la mia già deturpata anima, forse non ne avevo mai avuta veramente una. Allora comiciò la mia discesa. Iniziai a cadere sempre più giù inghiottito da eterne fiamme. Quanta corruzione e decadenza gustai per anni e anni! Tutto quello che volevo e che avevo chiesto, pur di non pensare per un solo istante a te e risvegliare il dolore lacerante del tuo ricordo. Le mie membra e la mia mente, non subivano danno alcuno da tutti quegli eccessi, insopportabili per qualsiasi altro uomo. Depravazione e disperazione in cui mi cullavo e di cui godevo eccitato e cieco: perenni orgasmi materiali nella mia eterna discesa che mi inghiottiva col suo vortice mostruoso. Poi un giorno smisi di cadere. Realizzai che i demoni non avevano fatto niente per me, mi avevano soltanto ingannato, sottraendomi la mia nera anima. Capii che ero sporco dentro, nel profondo del cuore, che pompava e riempiva le mie vene di male, di cenere e di fiamme, altri non ero che un involucro, un involucro senza né istini, né morale, né niente. Ero SEMPRE stato un essere corrotto e spregevole, dall'inizio. Solo l'amore, negato, per te, mi aveva reso un pò meno dannato, ma allo stesso tempo, mi aveva aperto le porte dell'inferno più crudo e remoto: ME STESSO. Aprii gli occhi, occhi nuovi di zecca, e capii che nessuno mi aveva portato da nessuna parte: tutto il male di cui mi ero prelibato e tutta la decadenza in cui avevo sguazzato in quegli anni, li avevo vissuti nello stesso luogo in cui ti avevo conosciuta ed amata, nello stesso posto in cui ti perdetti. Non un incubo, nè un eterna ed abominevole visione, ma un perpetuo e reale sogno infernale dal quale non mi sono mai più risvegliato.


Giovanni Sansone

mercoledì 9 giugno 2010

PORTAMI VIA


Dove finisce il mare, dove nessuno è mai stato. In un cratere lunare, dentro lo specchio rotto di una vecchia casa dell'Ottocento. Sopra un anello di Saturno. Sulle dune levigate del Sahara, sul ramo più alto di una gigantesca latania nel cuore della Giungla nera, sulla criniera della Sfinge. Nuove braccia, per planare nel grembo di una vallata artica. Il Paradiso sarà freddo. Nuove gambe per cadere negli Abissi più profondi di Atlantide. Negli occhi di un acquila, in quelli di una ragazza che lo sta facendo. Sulla nuvola più alta dell'Olimpo, dove io e te, abbracciati accanto ad una colonna bianca, con gli Dei che ci osservano stupefatti, sceglieremo nuovi luoghi, nuove vite. Ovunque, ma ti prego, portami via di qui.



Giovanni Sansone
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domenica 6 giugno 2010

NOME IN CODICE MOSES

CAPITOLO III

Non ha artigli per afferrare.
Non ha zanne per sbranare.
Non ha ali per volare.
Ma l'animo dell'uomo ha potuto avvelenare...

Si è fatta sera nella città, i quartieri alti con i loro imponenti palazzi sfarzosi, sono quieti e tranquilli, fra tanti ne vediamo uno, tutte le stanze delle case sono spente, non c'è nessuno, eccetto un uomo che si trova in uno degli ultimi piani, il suo nome è Adam Lewson, è un uomo alto e robusto, i suoi capelli sono scuri con alcune ciocche grigiastre, sono tenuti indietro con del gel, i suoi occhi sono azzurri e freddi come il ghiaccio, veste elegante, Adam sta camminando nello studio del piano inferiore della sua casa, è al telefono, la sua telefona termina con lui che dice.
-Ricevuto-
Cammina nel buio fino a raggiungere la scrivania, l'unico angolo illuminato della stanza, grazie ad una grande vetrata che fa passare i raggi di una luna piena e abbagliante, l'uomo si siede, sembra pensieroso, le sue mani grattano la superficie del tavolo, inizia a fissare l'oscurità che avvolge la stanza, lentamente con il pollice, ripercorre la cicatrice che gli passa verticalmente sulla guancia destra, come fosse una lacrima, ha voglia di fumare, è solo qui che si ritira a fine giornata per gustarsi il sapore di una pipa, mentre pensa aprendo il primo cassetto della scrivania.
-Merda! ho finito il tabacco... vediamo qua nel secondo cassetto dovrei averne di scorta...-
In questi momenti, Adam si dimentica chi è, e chi è stato, adesso che da anni è in pensione, si affretta a preparare la sua pipa, per accenderla e fumarla.
-Questo tabacco è un po' vecchio... ma va bene... devo accontentarmi, può essere la mia ultima fumata... giusto Conrad? o dovrei chiamarti con il nome in codice Moses? avanti rispondimi so che sei nella stanza nascosto nel buio, forse ti dimentichi che per anni abbiamo lavorato assieme... ti conosco bene, e quando c'è troppo silenzio, è probabile che ci sia tu...-
Adam si mette più comodo sulla sedia strizzando tra i denti la pipa, scruta il buio dello studio per scorgere la figura di Conrad tra le ombre.
-Fatti vedere, so che sei qui per ammazzarmi, è giusto era il nostro lavoro, come è giusto che io stia impugnando la mia Smith & Wesson 19, pronta a sputare prima che tu decida di fare una sciocchezza... conoscendoti avrai adoperato uno dei tuoi soliti giochetti, cosa avrai avvelenato? il mio bourbon? cosa ti sarai inventato stavolta Conrad? Conrad? rispondi cazzo! rispondi maledetto uomo serpente! tu e quella tua faccia di merda!-
-Ciao Adam...-
-Ho bene! hai tirato fuori le palle per parlare, non ti dispiace se ti punto la pistola, non riesco ancora a vederti, ma capisco da dove proviene la tua voce, solo una piccola precauzione, niente di personale vecchio mio... e adesso ascoltami solo per un attimo, Conrad ti conosco abbastanza per sapere che non tratti con le persone da sistemare, ma sono Adam cazzo! ho le mie ragioni per aver fatto quello che ho fatto! ma non posso parlartene per nessun motivo! tu stai dalla parte sbagliata, loro sono la parte sbagliata, tutta l'organizzazione è una grande cupola di terrore, e presto ve ne accorgerete tutti, soprattuto quelli come voi, per loro siete solo dei mostri, vi useranno fin quando gli farà comodo, io questo lo scoperto troppo tardi, ma tu forse sei ancora in tempo, non farti usare ancora!-
-Sei davvero una persona premurosa Adam...-
-Non fare il coglione! ragiona con il tuo cervello da rettile per una volta! mi stai ascoltando? Conrad? Moses?-
-...il tabacco...-
-Cosa? cosa stai dicendo?-
-Mi avevi chiesto cosa ho avvelenato... dici di conoscermi bene, ma anche io ti conosco bene, e conosco le tue abitudini, sapevo che avresti piazzato telecamere intorno alla tua casa, e messo delle guardie a sorvegliare l'area, ma per mia fortuna il servizio di sicurezza lascia molto a desiderare, prendendone uno come ostaggio gli ho ordinato di chiamarti al telefono, per avvertirti della mia presenza, volevo che mi attendessi nel tuo studio, qui è dove ti rechi a fumare la tua pipa, non porti mai con te del tabacco, ma lo tieni nel cassetto della scrivania, precedentemente ho tolto quello che avevi, e ho avvelenato quello di scorta, non ti saresti accorto del sapore del veleno, avresti pensato che il tabacco era vecchio, questo giustificava un cattivo sapore... ti dicevo spesso che un giorno il fumo ti avrebbe ucciso...-
-sei stato furbo Conrad devo ammetterlo, avvelenare il bourbon... troppo scontato, stavolta mia hai proprio fregato brutto bastardo...-
Dice Adam con voce un po' rassegnata.
-Ricordi quel lavoretto a Glasgow? mi chiedevi che sapore avesse il mio veleno... io di dissi di provare ad assaggiarlo, scoppiammo a ridere... quasi ci scoprirono... non fare quella faccia Adam... tra poco sarà tutto finito, il veleno dovrebbe aver già' fatto effetto, lo senti il sapore adesso? è? lo senti? tra poco sentirai il sapore del metallo in bocca...-
-E tu lo sentirai nel tuo stomaco mostro!-
Adam alzandosi di colpo, punta la pistola verso la voce di Conrad, spara tutti e sei i colpi, BUM! BUM! bum! Bum! BUm! buM!
Adam corre verso l'interruttore, e accende la luce, ma dove credeva ci fosse Conrad, c'è solo un trasmettitore vocale.
-A giusto, mi ero dimenticato di dirti di questo, sto usando un trasmettitore vocale, mentre mi godo la scena, dal palazzo di fronte, solo una piccola precauzione, niente di personale vecchio mio..-
Adam comincia a tossire sangue, cade a terra, si stringe la gola, un imprecazione gli rimane strozzata in bocca, mentre perde i sensi sul pavimento del suo studio, il suo cuore inizia a fermarsi.
Dall'altra parte del palazzo, dove si trova Conrad, vediamo la sua sagoma nel buio, i suoi occhi brillanti guardano attraverso un cannocchiale la scena, spegne il microfono che ha accanto a la bocca, e sorridendo mostra i suoi denti aguzzi, aggiungendo.
-E' stato un piacere lavorare con te Adam...-

CONTINUA...

racconto scritto da Marco

giovedì 3 giugno 2010

Le avventure di Leo e del piccolo Ramèk ( 2 )


L'UOMO DALLA FACCIA RISUCCHIATA


Quando Ramèk ed io ci svegliammo, era già sera. Il buio sovvrastava il quartiere, l'illuminazione era data solo dai fuochi dei combattimenti aerei in cielo. Faceva meno freddo rispetto al pomeriggio appena trascorso, ma una nebbia densa e spettrale, ora avvolgeva tutto il panorama. Il marciapiede emanava un fortissimo odore acre di cacca di cane; Ramèk era più fortunato di me ed addirittura la stava assaporando: qualche cane gliela doveva aver fatta sul suo brutto muso, mentre dormivamo, ed ora si dimenava come un ossesso in preda al panico. Ma che razza di padroni di cani mascalzoni che ci sono al mondo! Lo sanno tutti che la cacca dei cani non va sprecata così, su Ramèk poi. Ci si può ricavare dell'ottimo concime per le piante oppure degli splendidi scherzi di Carnevale. Comunque anche se fortemente preso da queste mie profonde riflessioni, decisi di prestare soccorso al mio miglior amico. Gli suggerii di calmarsi e limitarsi ad assaporare la cacca molto lentamente..così facendo gli sarebbe rimasta in bocca senza correre il rischio di un ingerimento. Ramèk seguì il mio consiglio ed incominciò a schioccare le labbra. Dopo un pò decisi di passare ad un piano B, in quanto il primo non stava dando grandi risultati. Così mi diressi verso la piazzola di fronte alla gelateria Giolitti Ice Cream, per prendere un pò d'acqua dalla fontanella. La nebbia era diventata ancor più fitta e spettrale ed improvvisamente mentre assaporavo tranquillamente l'acqua pulita e cristallina della fontanella non curante del fatto che il mio amico avesse della cacca di cane in bocca, vidi una sagoma anonima ed allungata alzarsi dalla panchina più lontana della piazzola. Qualcosa o qualcuno stava venendo verso di me. Quando fu davanti ai miei occhi lo strano essere mi diede la mano per salutarmi; era un uomo, ma la sua faccia…non c'era! o meglio, era allungata e stretta e finiva in un piccolo orifizio perfettamente tondo, che doveva essere la bocca. Aveva come la forma di un enorme palloncino ancora da gonfiare. Presi coraggio:
-Ciao. Chi sei?
-Ciao piccolino, io sono Igor l'uomo dalla faccia risucchiata. Tu come ti chiami?
-Mi chiamo Leo...uao..l'uomo dalla faccia risucchiata..
-Si ma vedi la gente mi chiama così, ma io ho un nome. Mi chiamo Igor.
-Ah, ok. Senti uomo con la faccia risucchiata, come mai hai la faccia risucchiata?
-Igor, il mio nome è Igor. Beh vedi piccolino, quando iniziò questa guerra io ero un uomo normale, come tutti, facevo il netturbino proprio in questa piazza. Ora ci vengo di rado, solo quando fa più freddo e cala la nebbia.
-Ho capito..e cosa ti è successo uomo dalla faccia risucchiata?
-Igor..mi chiamo Igor. Ero di turno quel giorno, faceva caldo. Gli alieni erano appena arrivati e da qualche settimana se ne stavano lì, sospesi con la loro gigantesca nave, nel cielo, senza far niente. Noi umani avevamo deciso di stare ad aspettare, comunque non potevamo fare altro. Regnava ancora la pace ed i bambini non venivano arruolati. Poi improvvisamente, mentre spazzavo per bene questa strada, dall'alto cadde uno strano marchingegno, molto piccolo. Lo spazzai subito via con la mia scopa ma, non ebbi il tempo di voltarmi che da quel piccolo coso fuoriuscirono ben venti tentacoli marroncini dall’aspetto viscido e dalla parte superiore, una grossa testa a fungo gelatinosa con altrettanti occhi. Fui il primo a vedere un alieno di persona e lui era il primo extra-terrestre ad approdare sulla Terra. Una specie di messaggero. Mi si avvicinò e mi disse "Umano, ti perdono per la scopata di prima. Ora guarda." Si avvicinò ancora, poi la sua testa si illuminò e delle scene, come in un film, cominciarono a proiettarsi sotto forma di ologrammi, sul muro di fronte a me. C'ero io in quelle scene, mi vedevo sorseggiare Martini al bordo di un enorme piscina in un enorme villa. In un altra, c'ero sempre io con 30 ragazze bellissime in bikini in un enorme vasca idromassaggio. Sospirai e pensai a quel cesso di mia moglie e a quel cesso di monolocale in cui vivevamo. Certo sarebbe stato bello..troppo bello per essere vero così pensai che l'alieno mi stesse soltanto ingannando per poi prendermi di sorpresa e chissà, magari uccidermi. Presi la mia scopa e cominciai a suonargliele di santa ragione a quel maledetto alieno. Lui poi si ritirò completamente nel marchingegno e cominciò a risalire verso il cielo tuonando: "Umano, hai rifiutato le offerte che la mia razza poteva regalare a te ed a tutti gli uomini di questo mondo. Siete una specie stupida e incolta. Ero stato incaricato di portare questo messaggio di pace e ricchezza per tutti voi, ed ecco come sono stato ripagato. A presto." L'alieno sparì del tutto nel cielo ed io sentii un dolore atroce in viso. La mia faccia era stata risucchiata, come punizione. Poi scoppiò la guerra.
-Uao! che storia fica! ma quindi è per colpa tua, uomo con la faccia risucchiata, che tutti quei bambini africani oggi muoiono..
-Igor. I-gor. Beh vedi piccoletto, non mi sento poi tanto in colpa. Forse quell'alieno mi stava davvero ingannando, forse ci avrebbero conquistato lo stesso, magari più facilmente, visto che noi saremmo stati presi dai nostri vizi e dalle nostre ricchezze. Ci avrebbero indebolito per poi attaccarci. In un certo senso, anzi, mi sento una specie di patriota. Per quanto riguarda i bimbi africani, beh sarebbero comunque morti di fame.
-Già. Senti uomo dalla faccia risucchiata io ed il mio amico Ramèk vorremmo morire. Ci annoiamo a morte, così abbiamo deciso di toglierci la vita. Fico vero? Però non riusciamo a metterci d'accordo sul "come" morire. Stavamo pensando di arruolarci, solo che per noi bambini occidentali è difficilissimo. Forse il mio amico è un po’ più avvantaggiato essendo di origini indiane. Sei il primo a cui diciamo questa cosa, sai è un segreto! Mi raccomando non dirlo a nessuno che se mia madre lo venisse a scoprire non mi farebbe più uscir di casa.
-Tranquillo Leo il vostro segreto è al sicuro con me..beh vedi, morire è complicato. Prendi me ad esempio, dovevo essere il primo a morire quando conobbi quell'alieno e lo presi a mazzate in testa. Invece sono ancora qui, dopo due anni. Certo ho la faccia risucchiata, ho perso il lavoro gli amici e mia moglie mi ha lasciato, ma sono vivo. La morte è una storia lunga.
-Ho capito. Uomo dalla faccia risucchiata, io ora torna dal mio amico Ramèk, che ha della cacca di cane in bocca. Ciao uomo con la faccia risucchiata.
-Igor maledizione. Igor! Igor! Non è difficile. I-G-O-R...IGOR.


Storia scritta da Giovanni Sansone

sabato 29 maggio 2010

SOGNO SINCERO


Ho sognato di un giorno, dove le lettere volavano via dalle pagine dei libri, ogni paragrafo, capitolo e copertina era vuota e misera, nelle strade c'erano cartelloni pubblicitari senza valore, i giornali non parlavano più, le lettere erano messaggi vuoti, rimaneva solo specchiarsi in una pagina bianca.
Anche i numeri seguirono il destino delle lettere, stanchi d'essere divisi, addizionati, moltiplicati e contati, iniziarono a sommarsi, creando un numero infinito, questo, iniziò a volare sopra le nostre teste, fino ad affondare nel cielo, per raggiungere le stelle, e ritornare a mescolarsi tra le polveri delle comete, per dormire per anni luce.
I vecchi non raccontavano più le storie a i bambini, i bambini a scuola, non imparavano più a leggere e scrivere, le storie iniziavano a morire, come alberi che invecchiano con gli anni.
Nessuno scriveva più il proprio nome, e la storia non li conosceva, non c'erano uomini immortali, ognuno era incatenato alle catene della propria esistenza.
Vedevo il mare, c'era un vecchio sulla spiaggia che giocava con la sabbia, non era importante la sua età, e non era importante che io ero giovane, entrambi conoscevamo il mondo allo stesso modo, assolutamente niente. Cantava una canzone che faceva:
"Ho visto Dio scappare...
Quando con il mondo smise di giocare...
In balia solo delle scienza...
Il nuovo credo si chiama coscienza...
L'ultima condanna per noi mortali...
E' quella di diventare tutti uguali..."
E improvvisamente mi ricordai che la matematica è universale, che nel disegno, c'è il segno come il simbolo, mi resi conto che le lettere come i numeri, non erano mai scomparse, ma erano sempre state davanti a noi. Mi chiedevo se veramente stavo sognando, se un sogno poteva durare più della vita, e che differenza ci fosse, il vecchio sentendomi si voltò verso di me e mi rispose:
"Che differenza c'è in fin dei conti tra la vita e i sogni?
In entrambi i casi, abbiamo gli occhi chiusi, e siamo là in mezzo a tanti, un po' da protagonisti un po' da registi, gettati nel mondo per cambiare le cose, ma il finale è lo stesso per tutti...
Un risveglio...
E poi il buio".

Racconto scritto da Marco

domenica 23 maggio 2010

FRAMMENTI

Ho perso il senso del tempo. Non ricordo da quanti giorni non lascio la mia casa. Non so se è giorno o notte e non oso scostare i pesanti drappi che nascondono le finestre. Fa freddo, come sempre, e provare a scaldarmi è inutile.
Passeggio per il corridoio. Ho portato qui tutti gli specchi e li ho distrutti. Sul pavimento ci sono ancora frammenti di vetro. È successo molto tempo fa, dopo aver trascorso interminabili ore davanti a ognuno di essi, alla ricerca della mia immagine. È orribile sostare davanti a uno specchio e non poter scorgere il proprio riflesso. Credevo d’impazzire, quell’insensata ricerca era diventata un’ossessione. Così, dopo averli distrutti, mi sono sentito meglio.
Entro nel grande salone centrale e mi siedo sul divano, accanto a Bianca. La prendo tra le braccia e la cullo. Lei sembra guardarmi con quei grandi occhi sbarrati e il rivolo di sangue che le sporca le labbra e il volto la rende ancora più graziosa. Non volevo ucciderla, ma avevo troppa sete.
Mi alzo e lascio cadere il suo corpo per terra. Continua a fissarmi, proprio come quei frammenti di specchio nel corridoio. Sospiro e mi dirigo verso il pianoforte: suonare mi aiuterà a distrarmi. Mi accomodo sullo sgabello e lancio un’ultima occhiata a Bianca: quegli accordi saranno per lei e per l’incantevole pallore del suo viso a forma di cuore.
Ho provato a far di lei la mia compagna, ma non me l’ha permesso.
Forse, un giorno, troverò quella giusta.

Racconto scritto da Roberta

Le avventure di Leo e del piccolo Ramèk


GUERRA

Faceva un freddo cane, quel freddo secco, pungente che ti entra nel naso e ti inchioda il cranio, così io ed il mio amico Ramèk decidemmo di prenderci un gelato. Il pomeriggio prometteva bene, anche se in cielo la solita guerra tra navi aliene ed essere umani, infuriava più che mai. Ma che palle! Poveri spazzini, dalle nuvole cadeva di tutto: pezzi di carne, orecchie, arti, occhi, teste mozzate, intestini, pezzi interi di aerei, per non parlare della poltiglia extra-terrestre marroncina e gelatinosa. Al Giolitti Ice Cream non c'era nessuno quel pomeriggio. Solo io e Ramèk. Il mio amico Ramèk era un ragazzo indiano terribilmente sovrappeso che non parlava molto anzi, non parlava quasi mai: era talmente brutto e raccapricciante che avrebbe dovuto andare in giro completamente coperto, in modo da non riuscire a vederlo. Infatti se ne andava in giro completamente nudo, copriva solamente il suo "coso" di fuori, che invece era estremamente piccolo, con una mutanda da lottatore di sumo. Io mi chiamavo Leo, occhi verdi, denti da castoro ed avevo un fisico snello e slanciato. Ero alto appena 1 metro e 98 cm, ma non mi preoccupavo più di tanto: avevo solo 13 anni ed ero ancora in pieno sviluppo. I medici avevano detto a mia madre di evitare latte e carne, in modo da bloccare gli ormoni e crescita. Mamma invece mi preparava bistecche a pranzo e cena, diceva che mi vedeva sciupato e che dovevo crescere. Nel Giolitti ordinai un cono pistacchio e lampone per me, poi chiesi a Ramèk cosa volesse: a gesti, lui mi fece capire di non esagerare, visto che le arterie del suo cuore erano già abbastanza compromesse dal colesterolo e dalla pressione alta, così gli ordinai 3 coppe stracciatella e vaniglia, una brioche-gelato fragola-cioccolato, una crèpe alla gianduia con granelli di cocco ed un paio di banane fritte al caramello. Io e Ramèk eravamo amici dalle elementari e lui non dava molto peso al fatto che io, spesso e volentieri lo trattassi con poco rispetto o che lo chiamassi brutto, sporco, raccapricciante all'occorrenza. Mi voleva bene. Ramèk si era già spazzolato via quasi tutti i gelati, gli rimaneva solo una coppetta bigusto, quando improvvisamente un mignolo piombò dal cielo e si spiaccicò nella sua stracciatella; non gradì molto la cosa. Guardammo in su. Ah! Questa maledetta guerra. Ormai erano due anni che gli alieni cercavano di conquistarci. Per fortuna i bambini morivano ogni giorno nei nostri cieli e continuavano a proteggerci. Erano quasi tutti bimbetti africani o comunque di paesi poveri. Dopo l'attacco alla Terra le Nazioni Unite avevano deciso di spedirli a combattere negli aerei e nei caccia bombardieri. Tanto comunque sarebbero morti di fame e, così facendo, il mondo adulto avrebbe potuto continuare a svolgere la vita normale di tutti i giorni. Tutte le nazioni approvarono la decisione innovativa con grande entusiasmo, tanto che venne stipulato un patto internazionale: in caso di future guerre (mondiali, civili, lampo ecc) sarebbero stati impiegati sempre e solo bambini. Io e Ramèk eravamo sazi e felici. Quel pomeriggio la nostre fidanzatine e compagne di classe (seconda media) ci avevano promesso che ci avrebbero fatto vedere una cosa morbida e rosa; così decidemmo di addormentarci sul marciapiede.


Storia scritta da Giovanni Sansone

martedì 18 maggio 2010

Quarant'anni di giusto (male)

Son passati quarant‘anni da quel giorno e tu sei tornato a salvarci, anche se hai perso tutto, son passati quarant’anni da quel giorno e molti si son arricchiti e persi tutti i ricordi di quei giorni da ribelli e dato addio alle emozioni. Son passati quarant’anni e quel blues suona ancora da ribelle, anche se le emozioni son cambiate, quel blues, suona ancora per noi, che lo ascoltiamo ripetendone le parole, col tempo ci sembra ancor più bello. Son passati quarant’anni e nulla è cambiato sembra tornar indietro, ma con paure che non permettono di gridare e il ribellarsi non e cosa seria. E tu mi guardi per cercare conforto e forza, ma io son stanco di lottare da solo per cambiare e di guardare il nulla che costringono a dire. Son passati quarant’anni e io non li ricordo come li dicono loro. Ed io che non son perfetto col mio passato non edificante, so solo di non aver venduto completamente il mio rispetto, scopro di esser vecchio, loro che hanno venduto il culo per una moneta in più son loro che son giovani a comandare.

Racconto scritto da Vincenzo

venerdì 14 maggio 2010

LA VENDETTA DELL' ALTALENA


I

-Ti amo.-
-Anch'io.-
Andrea guardò Elena negli occhi, sotto le coperte, nel letto di lei in cui avevano appena passato la notte e aggiunse: -Ed è stata la più bella scopata che ci siamo fatti piccola- Elena arrossì e sorridendo diede uno schiaffo sul petto nudo di Andrea -E dai cretino..-. Improvvisamente una campanella trillò per il corridoio del dormitorio del collegio dei frati benedettini -Dio ma che ora è?- Andrea ancora in boxer, fece cenno ad Elena di ritornare sotto le coperte -Sono solo le sei e mezza, abbiamo ancora tempo per farci un altra...-
-No scemo, è tardissimo! Tra un po' il frate passerà ad aprire le stanze. Cazzo. Se ti trovano qui sono morta.- Poi aggiunse voltandosi verso di lui -Andrea..è vero che non scomparirai..dopo stanotte?- Il suo viso era preoccupato, aveva quasi le lacrime agli occhi. Gli occhi color nocciola di Andrea invece, erano fermi e molto bravi a mentire senza far trapelare niente: -No piccola, non svanirò. Ti amo.- Mentiva. Mio fratello era così. Si infilava nel letto, nella macchina e nel cuore di quante più ragazze poteva, ci andava a letto per qualche giorno e poi si dissolveva come la nebbia del mattino, senza lasciare alcuna traccia di sé. A volte, mi raccontò, aveva usato anche nomi ed identità false. Forse è lui la persona che mi manca e che mi mancherà di più.
Io ed Andrea ci siamo sempre raccontati tutto e nonostante lui abbia 22 anni e me ne passi quattro, si può dire che siamo cresciuti insieme. Mi diceva che ero io l'unica ragazza della sua vita: non mi ha mai detto ti amo o ti voglio bene, quindi sapevo che con me non mentiva.
Quando ci chiudevamo nella mia stanza, a fumare interi pacchetti di sigarette e guardare i nostri film preferiti, mi facevo sempre raccontare la storia del collegio dei frati e della povera Elena; tra tutte era quella che mi piaceva e mi faceva ridere di più. Poi iniziava a ridere anche lui e mentre sullo schermo del mio televisore, Johnny depp si apprestava a salpare con la sua Perla Nera con una bottiglia di rum in mano, Andrea si metteva il cappuccio della felpa in testa, si accendeva un altra Chesterfield e finiva di raccontarmi la sua storia.

II

“Io ero ancora nudo nel letto ed Elena si agitava per la stanza come un ossessa, dicendomi di rivestirmi, di aprire la finestra e di buttarmi giù. Io le risposi dicendogli che era pazza e che, al massimo, mi sarei nascosto nell'armadio oppure sotto il letto. Poi, dopo aver riordinato un po' la camera, si affacciò sul corridoio: il frate era già passato saltando la sua stanza. Mi disse che dovevamo approfittare del colpo di fortuna così mi rivestii ed indossai il cappuccio della mia felpa, proprio come ora. Uscimmo nel corridoio: le altre ragazze del collegio si stavano tutte dirigendo presso la cappella, per la messa della domenica. Cominciarono a parlottare e ridere tra di loro non appena mi videro e capii che il cappuccio non serviva poi a molto; Elena mi diede uno strattone e mi ordinò di continuare a camminare. Dovevi vederla sorellina mia! Era una maschera di sudore ed era diventata pallidissima del colore dell'avorio. Se la beccavano con me, sarebbe stata espulsa e non credo che i suoi genitori avrebbero gradito molto la faccenda. Io mi stavo divertendo da matti: mi sentivo un vero fuggitivo o un boss malavitoso che viene catturato e condotto in un luogo nascosto. Dopo un po' ci fermammo e mi disse -Ok, ora prosegui per questo corridoio, in fondo troverai la mensa, lì prendi l'uscita di emergenza e sei fuori. Capito?-
Io feci cenno di aver compreso. Poi improvvisamente mi prese una mano, la portò sul suo volto, sospirò e mi guardò negli occhi -Verrai di nuovo stanotte?- Mi tolsi il cappuccio la portai al mio petto e dissi: -Certo. Verrò.- ….Come no! Pensai.
-Ehi Tu!-
La voce veniva proprio dal fondo del corridoio e dal suono sembrava più il grugnito di un cinghiale.
-Fermo Tu!-
-Oh cazzo- dissi. Il frate addetto alla mensa era lì a venti metri di fronte a noi. Baciai Elena, che scappò piangendo, accesi una sigaretta, legai la mia giacca di jeans intorno alla vita e rimisi il cappuccio in testa. Ero pronto allo scontro.
Il frate, che poteva pesare dai 120 ai 140 Kg, armato di una tavoletta di legno per affettare i salumi e palesemente incattivito dalla mia presenza all'interno del collegio, si lanciò con una foga spaventosa verso di me. Oh sorellina mia, me la sono quasi fatta addosso, perché il porco era molto agile nonostante la mole del suo corpo; inoltre era talmente grosso da occupare completamente il perimetro del corridoio, e non vedevo vie di fuga. Dovevo affrontarlo.
Ormai mi aveva quasi raggiunto mentre io ero rimasto perfettamente immobile nel punto in cui avevo salutato Elena: misi un piede in avanti preparandomi per un eventuale spinta ma ecco che Frate Facocero è lì, a un centimetro da me, con il braccio e la tavolozza di legno già sospesi a mezz' aria pronto per colpirmi, quando SBAAAM il mio piede destro colpisce con tutta la forza che ho nella gamba le sue povere palle. Frate Facocero assume una tonalità bluastra in volto, la tavoletta cade per terra e senza emettere un solo verso il povero prete cade sulle ginocchia. Aveva gli occhi schizzati fuori dalle orbite, sembrava un enorme pesce palla. Io lo guardai incuriosito: forse era morto. Sarebbe stato il primo uomo a morire in ginocchio e con gli occhi aperti. Poi mugugnò qualcosa -Ahi..Ahi...b-brutto pezzo d-di...- A quel punto mi chinai verso di lui e gli sussurrai all'orecchio -Eh no. Non si dicono le parolacce padre. Per questa volta la perdono e se la cava con cinque avemaria e un padre nostro- Poi aggiunsi -E comunque non se la prenda. Tanto, non le sarebbero servite.- Rimisi il cappuccio in testa e schizzai fuori dal collegio come una lepre.”

Questa era la mia storia preferita ed Andrea me la raccontava sempre; poi ridevamo e finivamo con l'addormentarci abbracciati per la fame. Le sigarette ci aiutavano a sentire di meno i crampi allo stomaco. Si, perché non avevamo molti soldi ed ormai avevo perso il conto di quante volte saltavamo la cena ed il pranzo. Ci arrangiavamo. Anzi penso che eravamo abbastanza poveri. I nostri genitori erano morti in un incidente stradale due anni prima, e noi, vivevamo da soli nella nostra casa.
Non so perchè sto scrivendo questa specie di lettera o confessione, sul muro della cella in cui mi trovo. Forse perché voglio lasciare una qualche specie di segno; forse perché ho un animo da scrittrice chi lo sa.....o forse perchè voglio solo che le persone che staranno chiuse qui dentro dopo di me, si possano sentire meno sole, magari ammazzando il tempo a leggere la mia storia. Comunque i secondini sono tutti simpatici e mi lasciano scrivere sulla parete. Anzi mi passano anche i pennarelli quando ne finisco uno.

III

A questo punto della mia storia, se siete arrivati a leggere fino qui, vi chiederete cosa ci fa una ragazzina appena maggiorenne in una cella di prigione. Bé vi ho parlato di Andrea, del mio supereroe personale; ma io e lui non eravamo gli unici. Avevamo un altra sorella, si chiamava Ada.
Ada era la più grande di noi tre e soprattutto la più responsabile. Si, Andrea era speciale, era una specie di rockstar, il classico ragazzo che ti travolge ti conquista e non ti lascia più andare ma...devo essere sincera, era un nullafacente. Se trovava un lavoro dopo due giorni si faceva già buttare fuori per cattiva condotta o perchè aveva fatto a pugni con qualche collega o con il capo. Era fatto così e se non fosse stato per Ada saremmo veramente morti di fame in questi ultimi due anni. Ada era di quanto più puro e buono potesse esistere sulla faccia della Terra, i suoi occhi azzurri e velati riflettevano un anima che niente e nessuno avrebbero mai potuto corrompere, solo la morte poteva strapparla dalla sua purezza, dal suo candore. Io ed Andrea, da piccoli, ci eravamo promessi di difenderla da tutti e tutto, in qualsiasi circostanza in qualsiasi modo...invece.
Quando i nostri genitori erano in vita Ada studiava legge ed anche se, appena tredicenne, aveva perso quattro lunghi anni per una terribile malattia (leucemia) una volta guarita con una forza degna solo di un essere superiore ed immacolato, aveva poi recuperato velocemente, diplomandosi e conferendo una laurea con il massimo dei voti. E' grazie a lei ed alla sua conoscenza delle leggi che quando i nostri genitori morirono non fummo affidati ai servizi sociali oppure a qualche stupida famiglia di plastica che non avrebbe mai potuto rimpiazzare mamma e papà.
Il primo anno fu il più difficile: Andrea non tornava quasi mai a casa anche se a volte, a notte fonda sentivo qualcuno accarezzarmi i capelli e sussurrarmi che sarebbe andato tutto quanto bene. Ada dovette abbandonare la sua promettente carriera universitaria e si trovò un lavoro come inserviente in una catena di centri commerciali della città. La paga era misera ma per mangiare ci bastava. Ce la facevamo bastare. Andrea non voleva che Ada si sacrificasse a quel modo ed era contrario al fatto che lei lavorasse, ma come al solito mio fratello era buono a fare le sue brillanti sceneggiate ma poi quando Ada gli rispondeva che almeno lei lavorava e che se non fosse stato per quei quattro soldi che portava a casa saremmo finiti in mezzo alla strada, Andrea faceva un passo indietro brontolando...e spariva di casa per una settimana. Poi però tornava sempre e mi portava le sue storie e le sue avventure. A volte portava anche dei soldi, non so dove li prendesse, ma tra sigarette e cibo finivano subito. In seguito Ada perse quel lavoro e ci ritrovammo veramente soli e ridotti allo stremo; naturalmente come in ogni buon film drammatico che si rispetti, tutti gli amici e le persone piene di buoni propositi e di parole dolci che ti accompagnano nella buona sorte scomparirono uno dopo l'altra non appena questa si fece cattiva e le cose divennero grigie e buie per noi. 'Amici'...è la parola più falsa e menzognera che l'uomo abbia mai potuto inventare. Questi amici sono le stesse persone che magari in una serata in discoteca o in un pub, ubriachi o strafatti, ti vengono a dire “Noi ci saremo sempre..io ci sarò sempre bla bla bla e fottute cazzate varie...” Andrea mi aveva sempre messa in guardia da queste persone ed all'inizio pensai che fosse il suo solito modo di esagerare ed ingrandire le sue visioni della vita. Era sempre stato un egocentrico melodrammatico, ma dopo la morte dei nostri genitori, dovetti ammettere che era proprio come diceva lui. Tutto il nostro universo, tutto il nostro mondo eravamo noi tre, solo noi tre e non avevamo bisogno di tutti quei falsi manichini che ci avevano abbandonato: noi eravamo Fratelli. Fratelli veri, lo sentivamo gridare nel nostro sangue.
Ada una sera (quella dannata e maledetta sera) di qualche mese fa era uscita a comprare qualcosa di surgelato sottocosto da mangiare. Io quel giorno, per la debolezza ero svenuta almeno tre volte; Andrea non si faceva vedere da un paio di giorni ormai. Erano appena le otto ed il supermercato aveva già chiuso le luci esterne. Ada pagò con quei pochi centesimi che ci rimanevano e si affrettò a tornare a casa. Tagliò per un vicolo e lì vide due ombre appoggiate al muro: un tossico ed uno spacciatore che stavano trattando. Appena scorsero la figura di mia sorella il drogato se la diede a gambe, mentre lo spacciatore, che poi scoprii che si faceva chiamare Canguro, marito e padre di due figli di appena sette anni, si accese una sigaretta ed esitò. Mia sorella riprese la borsa, che le era caduta e facendo finta di niente riprese a camminare. -Ehi zuccherino, quanta fretta.-
Canguro si avvicinò e si mise proprio di fronte ad Ada. -Signore la prego non ho niente..ho solo questo orologio. Lo vuole? Non so se vale molto ma è tutto quello che ho..- -Oh no, no. Non ruberei mai l' orologio ad una ragazza carina come te. Sono un gentiluomo io sai! Ma guarda che bel faccino. Si, non voglio il tuo orologio dolcezza. Tu mi darai qualcos'altro ok?-

IV

Ada quella sera non tornò a casa. Io svenni di nuovo poco prima delle nove, poi, nonostante i fortissimi crampi allo stomaco mi addormentai. La mattina, intorno alle sette e un quarto sentii il campanello di casa suonare più volte; mi feci forza e mi alzai ma la testa mi girava troppo, così caddi ripetutamente prima di raggiungere la porta. La aprii e mi bastò vedere i due poliziotti ed Ada ridotta peggio di uno zombie seduta sul sedile posteriore nella loro volante per capire che da quel preciso momento la mia vita sarebbe cambiata per sempre. Un altro agente che era rimasto nell' auto accanto a lei, scese e le apri' la portiera; Ada mancò a due passi dall'uscio, non riusciva neanche più a camminare, così la riportarono in ospedale, dove aveva passato la notte. Non ero riuscita a salutarla ne tantomeno avevo trovato il coraggio o la forza di andarle incontro o di dirle una qualsiasi stupidissima parola. Stupro—Stupro-- Stupro—Stupro--Stupro Era la sola parola che mi rimbalzava in testa quando mi interrogarono al commissariato. Mi dissero che mia sorella era riuscita a trovare la forza di liberarsi dalla busta di plastica nera dove il suo aguzzino l'aveva rinchiusa dopo averla violentata. Voleva bruciare il corpo in un vecchia discarica della città ma si era dimenticato la benzina nell'auto, così mia sorella riuscì, non mi spiegarono come (forse non lo sapeva neanche lei) ad uscire dalla busta e fuggire via. -Chi è?- riuscii a malapena a pronunciare la domanda -Cosa piccola?- rispose il poliziotto che mia aveva interrogata -Ho detto, chi è stato?-
-Stiamo facendo il confronto dell'identikit con gli archivi della centrale. Tua sorella è riuscita a darci informazioni ben precise...poi dopo non ha più pronunciato una sola parola. Cristo, povera ragazza. Ma noi vi aiuteremo vi daremo tutt..- Improvvisamente un altro poliziotto irruppe nella stanza -Commissario ce l'abbiamo è una vecchia conoscenza. Canguro!..ops, scusatemi..-
Io avevo sentito tutto ciò che mi interessava. Mi alzai di scatto dalla sedia e scappai via veloce come una lepre dalla centrale; pensai a quella volta che mio fratello era fuggito così veloce da un collegio di frati benedettini. A stento sentii in lontananza le urla furibonde del commissario -Ehi! Ehi fermati! Cazzo prendetela idioti...fermati, dov'è tuo fratello?..dobbiamo parlare anche con lui..Ehi!...-
Dovevo essere più scaltra della polizia a trovare Canguro e sapevo che ce l'avrei fatta..erano pur sempre poliziotti. Il problema era recuperare un 'giocattolo'. Lanciai mille maledizioni contro Andrea. Perché non c'era mai quando serviva? Poi mi ricordai che proprio lui una volta mi aveva parlato di un suo vecchio compagno di classe che lavorava in un armeria alle porte della città. Presi l'autobus interurbano e raggiunsi il negozio. -Ciao- dissi al ragazzo brufoloso dietro al bancone di fronte a me -Ehi non sai leggere il cartello? Solo maggiorenni.- -Guarda che io ho 25 anni- -Senti ragazzina fuori dalle palle, ma che diavolo avete voi bambini di oggi? Dai su vai v..- Mi catapultai come una cavaletta dietro al bancone afferrai con la mia mano destra le palle dell'amico di Andrea e cominciai a bisbigliargli minacciosamente ad un millimetro dal volto -Senti stronzo di merda, stanotte hanno stuprato mia sorella , sono appena scappata dalla polizia e credo che non saro' mai piu la stessa! Quindi non ho nessuna intenzione di fermarmi davanti ad un rotto in culo sfigato come te. Perciò o mi dai qualcosa e sparisco al volo oppure ti strappo i testicoli, qui adesso.- Cominciò a sudare e balbettare, faceva parecchio schifo . -Ma non p-posso, il principale mi ucciderà..- - Senti, ti ricordi di Andrea? Facevate le superiori insieme.- - S-si mi ricordo, ma che c'entra adesso questo?- -Sono sua sorella.- Lo lasciai andare. Lui si asciugò il sudore dalla fronte con la mano e poi disse -Oh cristo!.. cristo..Andrea..dio mi dispiace..non so che dire..- -Puoi aiutarmi?puoi darmi qualcosa? Mi basta anche un coltello.- Rimase un attimo in silenzio poi mi disse di seguirlo. Arrivammo nel magazzino del negozio prese qualcosa da una delle innumerevoli scatole che erano disposte ordinatamente sugli scaffali. -Questa è una scacciacane. Non è una vera e propria pistola ma ho rimosso il tappo che per legge non dovrebbe mai essere tolto, quindi ho apportato alcune modifiche alla canna ma sono inconsistenti e comunque solo un occhio esperto potrebbe accorgersene; se ti beccano la passi liscia. Non posso darti dei veri e propri proiettili ma è già carica; dentro ci sono alcuni piombini d'acciaio, sempre fabbricati da me. Ad una distanza ragionevole fanno dei bei buchi.- Guardai l'arma: sembrava una vera e propria pistola ma poteva essere acquistata tranquillamente, anche dai minorenni. La presi e la misi nello zaino della scuola che avevo preso a casa.
-Grazie- gli dissi disinvolta -Ok. Senti mi dispiace sul serio per tua sorella. Sparagliene uno anche da parte mia.-
Ripresi l'interurbano e tornai a casa, ma la polizia era lì nel cortile ad aspettarmi quindi tagliai per il parco. Dalle radiotrasmittenti delle loro auto sentii che le ricerche del Canguro erano diventate più problematiche del previsto. Forse avevo ancora qualche speranza di fotterlo prima che venisse catturato. Non so per quanto tempo rimasi nascosta tra alcuni cespugli nel parco, avevo perso il senso del tempo ma di sicuro, la notte era passata e stava albeggiando. Dopo un ora vidi alcuni dei miei compagni di scuola sedersi su una panchina; si facevano due tiri prima di entrare. Anch'io avevo lo zaino, ma quella mattina non sarei andata a scuola; la marinavo da troppo tempo pensai ed i miei voti facevano più schifo dei brufoli del mio compagno di banco Marco. Mi ripromisi di impegnarmi di più. Era incredibile come la fame, per la quale svenivo in continuazione, il sonno e la debolezza muscolare venissero tutte appagate dalla quantità e dall' abbondanza di rabbia e sete omicida che sentivo mescolarsi avidamente al sangue delle mie vene. Ma psicologicamente invece mi sentivo al pari di una perfetta statua di ghiaccio, perfettamente lucida e determinata, che si sarebbe frantumata solo dopo aver conseguito l'obbiettivo. Non tremavo, non sudavo, non sentivo niente. Il parco aveva un lungo tunnel emerso da antiche rovine della città, che portava direttamente in un altra ala del parco stesso. Erano anni che non vi passavo e non raggiungevo questo posto e, non sò il perché, quella mattina lo attraversai e mi ritrovai dall'altra parte.

V

Il parco era rimasto perfettamente intatto a come lo ricordavo. Era da quando mia madre non mi ci portava da bambina a giocare la domenica, che non ci mettevo piede. Al centro c'erano due grandi giostre luminose e appariscenti che si facevano concorrenza l' un l'altra: una, un grosso tendone da circo decorato a nuvole e farfalle, sotto il quale roteavano felici ed instancabili una decina di pony azzurri e rosa, i quali, ad ogni fine giro ti salutavano con voce meccanica e spettrale; l'altra era un enorme pista da corsa dove piccole auto gialle e bizzarre navicelle spaziali sostenuti dall'alto tramite tubi di ferro, si alzavano da terra per poi zig-zagare fino a fine percorso. Ormai, dopo anni, il tutto era diventato il posto preferito per tossici e barboni. Dei pochi giochi, oltre alle due giostre in rovina, vi erano rimasti la casetta di legno con il ponte e l'altalena: quante volte avevo fatto a pugni con gli altri bambini per salirci sopra. Quella mattina ci salii senza dover affrontare nessuna battaglia. Afferrai le catene con tutte e due le mani, tre passi all'indietro e mi diedi la spinta. Sentii lo stomaco dilatarsi e l'aria accarezzarmi il viso e i capelli; quelle sensazioni mi fecero ricordare la mia prima sigaretta ed il mio primo bacio. Andavo sempre più veloce, ad ogni oscillazione la mente si svuotava e lo stomaco mi arrivava in gola..poi il tutto svanì all'istante,frenai bruscamente con i piedi sul terreno. Aveva cominciato a piovere , ripresi coscienza di me stessa; le mani erano ancora serrate sulle catene dell'altalena: non ci volevo credere, non poteva essere...il bastardo che aveva stuprato mia sorella era lì a una trentina di metri da me. Spacciava tranquillamente la sua merda ad un quindicenne ,che forse riconobbi, come se nulla fosse successo la sera prima, come se non si curasse del fatto che la polizia di tutta la città gli era alle costole. Questo voleva dire due cose: la prima, che Canguro non era un pesce tanto piccolo, la seconda che era la mia giornata fortunata. Cominciai ad esaminarlo attentamente: aveva un brutto muso allungato e due orecchi enormi, e da lì capii il perché del suo soprannome. Per il resto pochi capelli grigi diradati, baffetti neri tinti e molti peli sul collo. Senza scendere dall'altalena infilai la mano nello zaino della scuola. Ero pronta. I miei proiettili non attendevano che lui. Come una fitta nebbia primaverile, elegante e silenziosa mi diressi verso lui e l'avvolsi -Salve Signor Canguro, come sta?- … Quando la polizia arrivò tre ore più tardi mi trovo lì, seduta sul corpo di Canguro supino in un lago di sangue, il suo sangue naturalmente; mi stavo tranquillamente fumando una delle mie ultime Chesterfield. Avevo accuratamente praticato l'asportazione dello scalpo sul brutto maiale(il coltello era stato un omaggio dell'amico di Andrea). L'avevo imparato da un vecchio fumetto western che Andrea aveva rubato per me qualche anno prima. Avevo vendicato Ada.
Poi iniziarono i processi, i passaggi dal riformatorio alla prigione vera e propria, e tutte quelle noiose pratiche giudiziarie. Il giorno del mio diciottesimo compleanno quando mi trasferirono in carcere, dove mi trovo ora, Andrea mi venne a trovare. Gli occhi di mio fratello erano diventati un po' meno arroganti, ma io volevo che mi raccontasse ancora le sue storie. Ora non si allontanava da Ada nemmeno più per andare in bagno e quel giorno mi disse che si erano trasferiti in montagna, in un piccolo paese sopra la città, dove dei vecchi signori provvedevano per loro. Mi disse che presto li avrei raggiunti e che....la figlia naturale dei due vecchi non era niente male. Mio fratello! Sapevo e speravo che non cambiasse mai. Per il processo fui affidata ad un compagno di corso d'università di Ada, molto famoso e molto sveglio, più che altro molto con le mani in pasta (suo padre è nella Corte di Cassazione). Solo che poverino lo faccio disperare. Mi dice sempre di dire solo ed unicamente quello che lui mi scrive quando entriamo in aula. Ma non sono molto collaborativa. Io devo vendicare mia sorella per il resto della mia vita. Mi dice sempre che potrei già essere libera, che non devo rivolgermi ai magistrati a quel modo, che la Legge, nel mio preciso caso prevede pene ridottissime, nonostante le accuse nei miei confronti di omicidio colposo preintenzionato con l'aggravante di violenza ingiustificata e che grazie alla sua competenza (mani in pasta) me la sarei cavata con due o tre anni di servizi sociali.
“Signori Giudici, io non mi pento per un solo momento di quello che ho fatto, anzi, non solo lo rifarei, ma credo che tra qualche anno, quando sarò fuori di qui, aspetterò che i figli del defunto Canguro abbiano almeno l'età e le palle per pisciarsi nei pantaloni dopo una sbronza ed allora, forse mi prenderò anche i loro scalpi.” Ed è quel punto che il povero avvocato si mette le mani in testa e mi sbraita contro -Attieniti allo scritto, attieniti allo scritto maledizione! Dio che ho fatto di male!-
Non mi importa quanto dovrò restare chiusa qui dentro, non mi importa se Andrea mi mancherà da morire. In una notte di primavera quando i negozi ormai stavano chiudendo e le luci dei lampioni iniziavano ad illuminarsi, Ada ha perso le sue ali...le ha perdute per sempre. 25/02/210 Per Ada ...dalla tua sorellina.

Storia scritta da Giovanni Sansone

giovedì 13 maggio 2010

DOLCE COME LA TRISTEZZA

Forse avrete sentito dire che la nostra giornata, è una continua prova per testare la nostra pazienza...
Avrete sentito anche, che la vita è come una scatola di cioccolatini non sai mai quello che ti capita, e la mia vita è il filo conduttore di queste due frasi, non potevo immaginare che mi capitava di vivere per soffrire e sopportare.
Lavoro in una fabbrica di caramelle, che tra l'altro a me non piacciono e fanno fiorire ricordi tristi della mia infanzia, nel mio lavoro vengo continuamente umiliato, estorto della dignità, che da qualche parte del mio corpo è stata riposta quando dio ha iniziato a fabbricare uomini in serie.
Il mio capo di lavoro, è sotto di grado solo a mia moglie nel compito di distruggere la mia vita, e infine mio figlio, adolescente obeso perché mangia continuamente schifezze come caramelle. Forse sono in coma e non me ne sono accorto, e la rabbia che cresce dentro di me mi farà morire o svegliare da questo sonno, e sogno che sono una caramella offerta da un barbone, nessuno ha il coraggio di accettarmi, e non importa se ho uno strato che mi protegge dall'esterno, è sopratutto dentro che mi sento sporco.

racconto di Marco Arnoldi

mercoledì 5 maggio 2010

PENSIERO DI UNO

Su un mezzo pubblico possiamo trovare storie di vita che durano appena una fermata di autobus.
Uno è uno dei tanti che prende l'auto fa tardi e pensa:
-Cinque fermate cazzo! cinque fermate ha fatto da quando ho preso l'autobus! e questo che si fissa? adesso ti guardo finché non distogli lo sguardo... ecco così va meglio... e ricomincia! ... ma quante cazzo di Smart ci stanno a Roma? scommetto che non arrivo a contare fino a trenta senza vederne una... uno, due tre quattro cinque sei sette... uno due tre quattro...uno due tre quattro cinque sei... quando c'era la partita di calcetto? sabato? giovedì? giovedì!
Sale un anziana, Uno sa che se la guarderà negli occhi, finirà per concedergli il posto a sedere chiedendogli di accomodarsi, e sa anche che la vecchina non le dirà di no, evita gli spessi occhiali tondi dell'anziana signora con abile ingenuità, e riprende a pensare:
-Tanto non ti apre davanti, si sale al centro, la gente ancora non ci arriva... otto nove dieci undici...uno due tre... chi mi chiama adesso? no non è il mio...ma perché abbiamo tutti questa suoneria? sempre meglio delle suonerie che fanno in pubblicità su Italia uno! il topo, l'elefante, l'anatra, che animale c'era poi? otto nove dieci...
Poi però qualcosa va storto, e Uno si trova più vicini gli occhi dell'anziana:
-Si vuole mettere seduta signora?
-Ho grazie...
-Prego non c'è di che...
Mentre abbandona sconfitto il campo da gioco, con un falso sorriso televisivo:
-Rompi palle che non sei altro!
Dice ad alta voce ma dentro di sé e continua:
- Uno due tre quattro cinque... vediamo dove siamo arrivati? Smart bianca bella questa! mi devo tagliare i capelli, e questa estate mi faccio il tatuaggio!... che caldo, è uscito Iron man 2!, manca una fermata, qualcuno si diverte ancora a premere in continuazione il bottone della fermata, guardano me, mica penserete che sono stato io è quello in fondo! meno male un altro verde!
Poi solo dopo essersi accertato che la persona che ostacola la sua uscita dal mezzo chiede:
-Scusi scende alla prossima?
-No prego.
Perché Uno ormai conosce bene quando qualcuno deve scendere dall'autobus o rimanerci, e mentre arriva la sua fermata, un plotone di turisti giapponesi attaccano l'entrata dove sta scendendo lui, lasciati alle spalle i sapori di oriente respira rincuorato, dimenticandosi volontariamente di guardare l'orologio, che gli avrebbe ricordato i minuti di ritardo, e sopratutto si dimentica di guardare la fermata dell'autobus, che scoprirà presto non essere quella giusta.

racconto di Marco Arnoldi

domenica 2 maggio 2010

ALL'OMBRA DEL CINNAMOMO

Immobile sotto i rami del cinnamomo, ho trascorso questi ultimi giorni.
L’acqua del lago riluceva al riverbero del sole morente. Ho aperto il mio ombrello per ripararmi dai raggi dell’astro del mattino e dalle lacrime del cielo.
Un pittore ha dipinto le mie labbra vermiglie e impresso le mie forme sulla sua tela. Un poeta ha composto per me delicati haiku sotto la luce di mille stelle.
Continuavo a domandarmi dove fossi. Mi avevi forse dimenticato?
Ogni notte ho atteso sotto quest’albero, sperando di vederti comparire all’orizzonte. Non mangio più, non dormo più. Attendo solo te.
Rammenti quando c’incontrammo la prima volta? Allora ero solo una bambina, una timida maiko*. Entrasti in casa senza alcun rumore, simile a un’ombra che scivola sui muri. Posasti il tuo sguardo su di me solo per un istante, prima di dirigerti nella stanza accanto. Ti riconobbi e la tua presenza lasciò un segno indelebile nella mia anima. Trascorsero lunghi, interminabili lustri; la mia sterile vita si era popolata da danze, ventagli e sgargianti kimono. C’incontrammo ancora, in un rigido mattino d’inverno. Mi passasti accanto e mi voltai a guardarti. Ti fermasti e per un istante pensai che fossi lì per me. Non distolsi lo sguardo dai tuoi occhi e attesi di scivolare tra le tue braccia. Ma tu, riprendendo il tuo cammino, non mi prendesti con te.
I miei occhi sono aridi, il mio volto è una maschera tragica nel silenzio di questo paesaggio. Non ho fatto che attenderti per tutti questi anni, effimera speranza di totale abbandono.
Ho udito una musica lieve e il mio cuore ha perso un battito. Sei tu, sei venuto a prendermi. Mi volto e ti vedo, splendido dio dalle ali lucenti. Il tempo si è fermato, stavolta per sempre. Osservo il mio corpo giacere immobile ai piedi del lago, il viso sorridente all’ombra del cinnamomo.
Mi prendi per mano e mi porti con te.

*apprendista geisha.


Racconto scritto da Roberta.

venerdì 30 aprile 2010

LA BANDIERA DI UN PICCOLO PAESE

Sopra un piccolo colle, sorgeva un piccolo paese, con al centro una piccola piazza, non c'erano strade per raggiungerlo, ma solo sentieri aperti tra i campi di grano, con tappeti d'orati di spighe cadute, non era nemmeno segnato sulle mappe, e da tempo nessuno pronunciava più il suo nome, tanto che tutti si dimenticarono come si chiamava. L'ultimo vessillo rimasto era una bandiera sbiadita, che sventolava stracciata aggrappata a un asta, la bandiera era triste e sola, perché una volta venivano i bambini a giocare sotto di lei, ma era da una vita di un uomo adulto che non c'erano più bambini nel paese, e i profumi dei giochi se ne erano andati da tempo. Gli rimaneva guardare verso l'orizzonte, dove tutto sembrava più illuminato, e chiedere ogni giornata al vento di strapparla dall'asta e portarla via con sé. Un pomeriggio giunse improvvisamente il buio, un oceano di nubi scure sovrastarono i tetti delle case, un vento tagliente schiaffeggiava la bandiera, tutti si chiusero dentro le loro case, pregando che la tempesta se ne andasse come era arrivata, aspettando che tutto tornasse tranquillo, e nessuno si accorse che la bandiera stava volando via in sella alle correnti, in balia degli eventi. Era morto un sole e sorto un altro, da quando la bandiera aveva lasciato il suo piccolo paese, nel cammino mentre piangeva di gioia, le lacrime divennero gocce di una pioggia fresca e confortevole per un pugno di lavoratori. La bandiera guardava dall'alto i disegni che formavano enormi stormi di uccelli viaggiatori, li segui fin ché non divennero una piccola macchia scomposta sparire tra le nuvole, poi iniziò a scendere per mescolarsi con le tinture delle terre sotto di lei, salutando il vento generoso che aveva ascoltato le sue preghiere. Era arrivata in terre così lontane che non sapeva riconoscere ne alberi ne alberelli, non c'era un fiume un lago o un colle, che le seppe dire in quale direzione aveva lasciato il suo paesino, quindi continuò il suo viaggio serpeggiando di prato in prato, perché ogni posto per lei, aveva motivo d'essere visto.
La bandiera così continuò a girare il mondo, incontrò altre bandiere di grandi paesi, queste gli raccontarono le loro storie e le imprese nei loro natali. La bandiera non aveva molto da raccontare del suo paese, perché non succedeva mai niente, ma si mise a raccontare, di come il vento faceva danzare le fronde degli alberi, dei grilli che cantavano sotto le stelle e di come erano buone le fragole in estate. Ma essere la bandiera di un piccolo paese già gli mancava, si immaginava il suo ritorno, le facce stupite degli altri, mentre lei gli raccontava del suo viaggio. Decise di ritornare al suo paese, ma sfortunatamente non ne ricordava il nome, nessuna strada la poteva portare al suo paese, perché non ce ne erano, e nemmeno le mappe potevano dargli consiglio. Aveva perduto un piccolo angolo di mondo, che non avrebbe mai ritrovato, se non dentro il suo cuore, attraverso i ricordi che non potevano essere portati via dal vento, tuttavia non cessò di tentare, qualcuno dice che di lei ne è rimasto solo un fazzoletto bianco, e che se si guarda in alto nel cielo la si può veder passare di tanto in tanto.

racconto di Marco Arnoldi

sabato 24 aprile 2010

IL GIORNO IN CUI DIO DECISE DI FARSI UN GIRO IN MACCHINA SULLA TERRA

- Prefazione di Giovanni Sansone

Un venerdì sera di qualche mese fa, tornavo a casa dopo una serata trascorsa con gli amici. Chiusi la macchina, attraversai il portone e aspettai che arrivasse l' ascensore : quando arrivò, le porte si aprirono da sole e fui investito da una luce chiara, gialla, accecante. Quando riaprii gli occhi non vedevo niente, solo luce, luce e ancora luce; improvvisamente, seguita da un rumore tipo eco, una voce imponente che avevo sentito solo nei cartoni animati, mi sovrastò tutt' intorno: GIOVANNI SONO DIO. Giuro sulle mie palle che quella sera non avevo bevuto molto con gli amici, ma lì per lì credetti anch' io di essere sotto l' effetto di qualche sostanza. Comunque, la voce continuò : HO SCELTO TE. TU FIGLIO MIO, DOVRAI RACCOGLIERE QUESTO MIO RACCONTO E.... improvvisamente la voce si arrestò.. ci fu mezzo minuto di silenzio, poi di nuovo l' eco e di nuovo la voce; solo che questa volta aveva perso quel tono formale e strutturato e sembrava che la voce si stesse confidando con un amico che si conosce dalle elementari, o con uno con il quale si va a giocare a calcetto insieme il martedì sera: NO SENTI GIOVA' , IN REALTA' NON VOGLIO FAR ALTRO CHE SFOGARMI CON QUALCUNO. NON CE LA FACCIO PIU' ! GIURO SU ME STESSO, CHE SONO MILIONI DI ANNI CHE STO QUI, DA SOLO.
" Da.. solo? " risposi io.
SI. SOLO COME UN CANE. TUTTE QUELLE COSE CON CUI VI HANNO IMBASTITO IL CERVELLO, PARADISO, INFERNO, PURGATORIO, ANGELI, DEMONI, SATANA TUTTE CAZZATE GIOVA' !! CAPISCI GIOVA' ? TUTTE IDIOZIE, FALSITA' , INVENZIONI. QUA SOPRA CI SONO SOLO IO, SEMPRE E SOLO IO, NIENT' ALTRO CHE IO E ME. NON FACCIO ALTRO CHE CREARE UN PAIO DI UNIVERSI E QUALCHE MILIARDO DI STELLE E PIANETI PER NOTTE, MA POI MI RITROVO IN VESTAGLIA, CON LE CIABATTE A FORMA DI FACCIA DI HOMER SIMPSON AI PIEDI, ASFALTATO SULLA POLTRONA PER TUTTO IL SANTO GIORNO... SOLO!
Ricordo ancora che fu in quel preciso istante che capii di non essere nè ubriaco, nè morto e realizzai che Dio, D - I - O in persona, stava parlando con me! anzi meglio, si stava sfogando come un depresso e dalla voce capivo anche,che stava messo veramente male. Ora, visto che io non sono mai stato uno sfigato,al contrario della maggior parte dei miei colleghi, non iniziai a pormi le classiche domande che loro si sarebbero posti - ma perchè ha scelto proprio me?- - ma possibile che abbia scelto proprio me?- nè tantomeno le porsi a Lui (del tipo "ma Dio, chi sono io, in mezzo a tanti, per ricevere l' onore supremo di parlarTi o di raccogliere ed andare a proferire il Tuo verbo? " ) No! io no! Ma anzi, incalzai il discorso e mentre i miei occhi si trasformavano in due simboli a forma di Euro, diedi una delle risposte con le quali mi sarei guadagnato la fiducia prima e poi, in futuro, l' esclusiva sul Grande Capo : " Scusa ma non è vero che sei completamente solo e che non hai amici Padre, adesso ci sono io. " Sentii un rimbombo cupo e profondo e il pavimento di luce chiara e accecante sotto i miei piedi, tremò come pervaso da una piccola scossa di terremoto... Dio stava ridendo! Dio stava ridendo, pensai. Il mio nuovo amico era felice,lo stavo già facendo sentire meglio e la cosa giocava solo che a mio vantaggio. Altro che intervista col vampiro, altro che intervista a Fidel Castro o ad Osama bin Laden, altro che intervista al Dalai Lama o a qualche primo ministro dei miei stivali del cazzo... io stavo per ricevere in mano roba che scottava. Pensai che se mi fossi giocato bene le mie carte, sarei diventato molto ma molto ricco, forse l' uomo più ricco e importante della Terra.

Continua..




martedì 20 aprile 2010

LA CULLA DELL'INSICUREZZA

I miei occhi intrisi di sangue dicevano che avevo passato un’ altra notte a piangere, le mie palpebre rigonfie, aggiungevano anche quella prima e prima ancora, piangevo per quello che avevo fatto, le mie mani intrise di sangue denunciavano la mia follia, il coltello a terra era stato il mio complice.
La mia anima era stata avvelenata dalla gelosia, come un secchio riempito di sabbia da un bambino, dentro di me avevo dato vita a una creatura che ingrassava, e prendeva spazio, e me ne fregavo del mondo circostante, me ne fregavo di farne parte, e me ne fregavo della mia infinita insicurezza.
Non avrei mai potuto capire fino in fondo, cosa avrebbe comportato il mio gesto, in un momento capii di passare dalla paura di perdere tutto quello che amavo, alla certezza di averlo perso, e non potevo farci niente, oltre che piangere.
La lama del coltello aveva accarezzato le mie budella, la mia mano armata aveva colpito con la forza di un amore amaro, se dio ci creò a sua immagine e somiglianza allora era morto come mori io.

Racconto scritto da Marco

sabato 27 marzo 2010

SOGNO BUGIARDO

Nel buio ho visto il mondo muoversi, ho visto stelle nascere e morire per te che sei lontano da me, una lacrima e un ricordo sono dedicati a te. Ho visto il passato proiettato nel futuro e ho visto tutto in un sogno bugiardo che diceva che eri qui con noi, a ricordare che la vita è qualcosa che va inventata, rafforzando tutto col sorriso. Ancora il tempo non passa mai, il tuo ricordo si fa sentire e tu che stai in altri mondi sai dove sta la verità.

Racconto scritto da Vincenzo

LA PREDA

Insieme alle altre femmine del branco, mi dirigevo verso la palude, il punto di ritrovo delle zebre. Conoscevo perfettamente l’area e sapevo come sfruttarla al meglio. Ci muovemmo rapidamente, disponendoci a ventaglio.
Mi staccai, infilandomi in un lato: da questo momento in poi avrei dovuto vedermela da sola.
Non mi preoccupai della direzione del vento: l’odore delle prede era molto forte. Procedetti attraverso la boscaglia con fare sicuro: da lì non mi avrebbero visto.
Non servivano segnali, sapevo come muovermi e dove andare, ero guidata dalla consapevolezza istintiva della posizione delle mie compagne. Osservai il branco che brucava l’erba, ignaro del pericolo; con la palude alle spalle, le zebre avrebbero avuto poche vie di fuga.
Gli alberi si fecero più radi e ripresi a muovermi furtiva, nascosta dall’erba alta, con la testa bassa e il ventre a terra. Mi concentrai: dovevo rilassarmi, controllare il mio respiro, e sentire la terra sotto le zampe per evitare che qualche sasso facesse rumore.
Avanzai silenziosa, poi mi fermai in attesa che una zebra si dirigesse nel mio raggio d’azione.
Mi misi in posizione d’attacco; dovevo solo aver pazienza, avevamo bloccato tutte le vie di fuga, ormai le zebre erano circondate e per catturarle sarebbe stato necessario coglierle semplicemente di sorpresa. No, non sarebbe stata una caccia difficile.
Puntai gli occhi sul branco, senza staccarli un solo istante: una di loro avrebbe commesso un passo falso ed io sarei stata pronta ad abbatterla.
Trascorsero pochi minuti, poi una zebra si allontanò dalle altre, dirigendosi verso di me. Era arrivato il momento: con un balzo, saltai fuori dal mio nascondiglio e scattai verso la mia preda. Colsi lo sguardo sorpreso e spaventato della zebra che si voltò e cominciò a correre nella direzione opposta. Era più veloce di me, ma potevo raggiungerla ugualmente. Mentre la inseguivo, percepii un senso di eccitazione, una sensazione che provavo solo durante la caccia.
Correvo, la mente svuotata; non vedevo nient’altro che la mia preda, era l’unica cosa importante in quel momento, l’unica sulla quale dovevo concentrarmi.
La zebra non si voltò neanche per un istante, e continuò la sua corsa. Quando le fui vicina, mi accostai ancora di più e saltai, atterrandola. Pensai di aver vinto, ma non fui abbastanza rapida nel metterla fuori combattimento: la mia preda mi colpì con forza con gli zoccoli e si rimise in piedi, travolgendomi e riuscendo a fuggire.
Quando mi rialzai, era ormai lontana. Ruggii seccata e mi allontanai sconfitta sotto lo sguardo severo delle mie compagne.

Racconto scritto da Roberta

LA LOTTERIA DELLA COSCIENZA

Signori e signori ecco la lotteria della coscienza! venghino signori! venghino! litigare o meglio, giocare è facile! o meglio può capitare che il gioco cerchi voi più che voi lui, e quando si gioca non si scherza, anche se fuori potreste sembrare piuttosto freddi, dentro di voi mille emozioni e paure, fanno capolino, come fossero tanti detenuti impazziti, costretti a scontare la galera nel buio, che non possono essere giustiziati, perché dopo tutto viviamo in un paese civile senza pena di morte! le loro mani escono poco a poco dalle sbarre cercando di afferrare le chiavi del secondino, che è il controllo, che normalmente è un uomo grosso e capace di contenerli, ma adesso in questo momento e in questa situazione, si è preso un giorno di pausa e lo sostituisce uno nuovo, gracile e terrorizzato, tra poco, loro prenderanno il sopravvento su di lui! un tremolio riscalda i muscoli, che il cervello lasciasse un po' di morfine per contenere tutto questo frastuono, in questo momento esistono poche strade, ma chi guida è l'istinto, probabilmente accadrà tutto in poco tempo! in questi momenti pensate pure alle conseguenze, è legittimo, se si dà troppo spazio alla foga, e la sfortuna ti passa accanto può finire male, meglio tenersi tutti i denti! che le mammolette si scansino e inizino a ridere di chi non si è mosso, fate il vostro gioco!

Racconto scritto da Marco

NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI DELLE URINE

Che cazzo de freddo,famme accende na sigaretta. Ste teste de cazzo..lo sanno che odio quando me fanno aspettà." Bella Gianlù". "Bella un cazzo!sono tre ore che v'aspetto e se crepa dar fred..". "Dai su,falla finita pe du minuti". "Che?! è dalle dieci che sto qua!". "E dai Gianlù,su.". "Ah Gianlù, ma lo sai chi è morto?". "Oddio no!chi??". "Sto cazzo!!". I miei due compari si allontanano sfuggendo facilmente ai miei calci volanti che cercano di colpire le loro brutte e pelose natiche..ma li mortacci loro, me pigliano pure per il culo. Comunque con la mia punto gialla con fiancata rigata arriviamo alla festa; cioe' ci imbuchiamo a casa de una. Una bellissima villa appena fuori Roma. Io non ho voglia nè di conoscere gente nè ragazze, però mi siedo su un divano vicino ad una biondina niente male; ed ecco immediatamente spuntare,come per magia, i miei due carissimi amci. Me la devono far pagare per una storia vecchia..ed io ce devo stà. Il primo attacca"A Gianlù certo che l'altra sera non ti sei regolato; quella povera pischella..dopo che te la sei fatta..accannarla così sulla tangenziale". Naturalmente il tono delle loro voci è 'casualmente' molto alto. Il secondo contrattacca "Si infatti Gianlù.Ma che t'aveva fatto poverina? ma poi siamo sicuri che era una ragazza? dì la verità eh..era na mignotta! o un trans!". La biondina niente male si limita a guardarmi disgustata e a lavarmi accidentalmente la faccia con il suo cocktail. Basta! è ora di reagire; mi dirigo verso il tavolo degli alcolici e me scolo tutto. Due occhiate al soffitto poi al lampadario ed infine ai culi delle donne formose di qualche cazzo di Caravaggio de noantri, raffigurate nei quadri della stanza e sono ufficialamente brillo,tendente all'ubriaco. Ritorno euforico dai miei due compari "Daje ragà,famo festa,spaccamo tuttoooo.." uno dei due,non capisco quale,me tira na pizza allucinante,quasi allucinogena in faccia e me fà "A scemo riprenditi. Se ne stamo annà via..è sparita la macchina de uno e hanno chiamato le guardie.". A grandi spintoni e cazzoti sulla schiena i due me catapultano fuori nell'enorme giardino con piscina della villa; però c'è qualcosa che non mi torna. Improvvisamente le mie pupille si dilatano e comincio ad urlare come un disperato "Ao!ao,aoooo la macchina!la macchinaa!dò cazzo stà la macchina miaaa!?..". Nel panico piu' totale comincio a girarmi tutto il giardino con un mio personale sottofondo composto da innumerovoli e smisurate imprecazioni contro Nostro Signore, quando improvvisamente, alle mie spalle, sento i miei due carissimi amici emettere grasse risate. Mi volto: uno dei due sventola le chiavi della mia punto gialla "A pezzi de merda dò me l'avete messa,a stronzi..". I due scappano ma la mia vescica è troppo piena per cominciare un inseguimento: la piscina chiama. Naturalmente il furto d'auto era tutta na scusa pe famme uscì qua fori,penso,mentre comincio ad innaffiare l'acqua celestina dall'odor di cloro della piscina. Eseguo il gesto con molta spensieratezza e felicità..nonstante tutto. Ma ecco! è in quel preciso istante che abbasso lo sguardo e mi accorgo che la chiazza gialla nella piscina sotto di me,non è il frutto dei miei scarti fisiologici appena prodotti, ma la testa della biondina niente male del divano. Si era comodamente spogliata ed ora praticava sesso acquatico con un tizio..insomma,era lei che stavo innaffiando. Naturalmente il fortunato tizio non ci mette molto ad uscire dalla piscina con intenzioni alquanto serie di linciarmi, mentre io mi do alla fuga con i jeans calati e dei boxer orrendi,per colpa de mi madre che non aveva avuto tempo de lavà quelli boni. Tutto ciò, mentre i miei due carissimi amici,si gustano avidamente la scena finale.

Racconto scritto da Giovanni Sansone

giovedì 18 marzo 2010

PARTENZA

(Ispirato alla vita dei piloti che hano fatto vivere e infiammare il pubblico, ispirato al mago, il professore, il leone e l'aviatore).

Si sente nell’aria il profumo di benzina che fa incendiare l’asfalto. Il cuore sobbalza, gli occhi si chiudono, per un attimo di calma. Mette il casco come un elmo di un antico guerriero, forgiato dal fuoco di mille battaglie. Un ultimo respiro, apre gli occhi, sale sulla sua potente vettura, ma quella potenza non è bastata per arrivare alla pole. Ascolta gli ultimi consigli della scuderia ma col sorriso celato dal casco e un movimento del collo, sa già che alla partenza il suo spirito di diavolo uscirà. Lui non è un lupo approfittatore che per un po’ di cibo in più si fionda, disposto ad attaccare persino la stessa mano che gli dà il cibo e scappare all’arrivo dell’uomo col bastone. Lui è un leone fiero e calmo, ma quando scatta per afferrare la preda non la molla per nessun motivo, rabbioso come pochi. Piove, tutti hanno paura, lui no, aspettava la pioggia col sorriso, alla chiusura dell’elmo le zanne del demone escono. Il motore ruggisce, la partenza sta per arrivare. Le persone presenti sentono solo un rumore assordante invece della poesia che esprime il motore. Lui sente quella poesia e sa cosa dice. Nella partenza vorrebbe sentire lo stridere delle gomme sull’asfalto, ma non può per colpa della tecnologia che opprime l’auto e lui cerca di ribellarsi, è l’ultimo ad affidarsi alle sue capacità. Sa che alla fine farà un miracolo e nessuno gli potrà dare fastidio, anzi è lui che dà fastidio facendo sembrare l’impossibile qualcosa di facilissimo.

Racconto scritto da Vincenzo

domenica 14 marzo 2010

!L'ULTIMO SHOT!

Hai mai pisciato sangue?E mentre lo fai crepi dal dolore,ti senti scoppiare il cazzo,le tempie esploderti?Allora fai due passi indietro dal cesso e con gli occhi pieni di terrore fissi lo specchio...e lì ti vedi:vecchio,calvo,con il viso ingiallito,senza denti.Corri verso di esso ti tocchi la faccia,non ti riconosci vorresti gridare,urlare dalla disperazione,ucciderti!!.....improvvisamente ti svegli;sudato,nudo nel letto ti tocchi il cazzo,poi il viso:allora ti accorgi che hai ancora vent'anni.Spaesato ancora dal fottuto incubo ti guardi intorno nella tua stanza;e la mente torna alla realta':pensi a quello che hai fatto la sera prima;pensi che non hai piu' un euro in tasca,che ti sei bruciato tutti gli amici,che hai distrutto un altra macchina e che hai perso l'unica persona che forse ti voleva veramente bene.E allora pensi che forse,era meglio pisciare sangue.

Racconto scritto da Giovanni Sansone

mercoledì 10 marzo 2010

ANCHE IN PARADISO HANNO I LORO DIAVOLI

Paradiso, San Pietro si presenta nello studio di Dio per discutere sulla scelta del passaggio delle anime, Pietro accomodandosi nella comode poltrone celestiali e iniziando a parlare "adesso basta ne ho viste davvero troppe! ora in paradiso accettiamo porci e cani! ora anche gli emo! ma che cavolo sono gli emo!?", Dio dando le spalle al santo scrutando il lontano orizzonte, risponde con voce calma e profonda "calmati Pietro, non puoi parlarmi cosi, non fare il bigotto e rispetta il tuo ruolo", Pietro si alza di colpo mettendosi a gironzolare fissando il pavimento davanti all'onnipotente, "insomma, ma dico, li hai visti? gli uomini sembrano donne!, le donne hanno dell'uomo! con quei capelli davanti gli occhi, magri curvi e ossuti, fanno quasi impressione! Lazzaro era fresco come una rosa al loro confronto!", Dio "è solo un’ altra moda, non c'è da preoccuparsi...", Pietro "e se decidessi di non farli entrare? come portiere, avrò il diritto di mantenere la decenza qui dentro no?", rimanendo immobile con le braccia aperte, Dio facendosi più grosso, "non usare quel tono con me! tu sei solo un portiere, e se ti dico che quei corvi entrano, entrano chiaro!", puntando il dito verso il suo sottoposto a ogni frase, Pietro dirigendosi triste verso la porta come quando Adamo ed Eva vennero licenziati, "ma che gli prendi a questi giovani?, forse sarà meglio che mi prenda un periodo di pausa...", mormorò tra se e se, alzando le spalle, Dio "tu prenditi un periodo di pausa e ti rimpiazzo! e l'ultimo posto rimasto è come bagarino nei concerti dell'inferno!", Pietro "e va bene e va bene! il reggi chiavi torna al suo lavoro, che lei sia sempre venerato grande capo!", rispose con l'ultimo goccio di sfrontataggine rimastogli, prima di uscire sbattendo la porta, mentre Dio ritorna sulla sua comoda poltrona, e si rimette a posto la cravatta.

Racconto scritto da Marco

martedì 9 marzo 2010

ALBICOCCA


Mara è ferma al semaforo, si morde il labbro inferiore, vorrebbe che non diventasse mai verde, che si bloccasse per sempre sul rosso in modo da impedirle di andare avanti; lei non vuole andare avanti. Ma ora è verde. Mara da gas al suo motorino sgomma e parte. Accanto all’incrocio appena passato due vigili del fuoco forzano il bagagliaio di una mercedes grigio fumo; nessun curioso stranamente li accerchia. I due si danno da fare, imprecano e finalmente il bagagliaio si apre:dentro, legato mani e piedi, un bambino. Il vigile più grosso lo prende in braccio lo stringe cercando di rassicurarlo; il piccolo piange. il vigile più basso provato più dal vedere un bambino chiuso in un bagagliaio che dallo sforzo compiuto, chiama la centrale e conferma il salvataggio appena compiuto. Dopo un po’ piange anche lui, ma non lo dà a vedere. Sono cose che toccano queste, toccano lo stomaco, il cuore, i polmoni e non c’è uomo che tenga. Il bambino ha capelli rossi ed ora indica un palazzo con il suo dito, all’orizzonte. In una finestra di quello, l’immagine riflessa di una donna, nel suo appartamento, mostra tutte le particolarità di un volto tormentato e vivace. La donna guarda se stessa in quella lastra di vetro: si odia, odia la sua immagine, vorrebbe tirarle un pugno e spaccarla, farsi male, vedere sangue sulla sua mano, piangere, disperarsi. Ma sa che quella sarebbe pazzia e non è ancora giunto il momento, almeno non a quell’ora del mattino. È ancora troppo presto per il suo delirio personale, pensa, mentre il riflesso, crudele e beffardo, continua a guardarla. Il sole di mezzogiorno,orrendamente vivo illumina finestre, porte, antenne, occhiali, giardini, alberi, monumenti, situazioni, lamiere. Mara arriva a scuola. Il cortile è vuoto, troppo vuoto, la campanella è già suonata da un pezzo. Ma gli imprevisti le sono sempre piaciuti. Lascia cadere il suo motorino ed il casco quasi contemporaneamente, lo aveva precisamente immaginato e poi programmato. In molti allora si affacciano dai finestroni del liceo per guardare incuriositi dai quei rumori ed è in quel momento gli occhi vecchi ed esperti dei professori, sono esattamente gli stessi di quelli dei ragazzi. Si, perchè di fronte a queste cose rimaniamo sempre sorpresi, incapaci di comprendere, come se gli anni e le esperienze si annientassero, vecchi o giovani, assistiamo impotenti e confusi. Ora Mara vorrebbe veramente fermarsi, pensa che è ancora in tempo per ritirarsi e cavarsela con una figuraccia, una delle tante. Ma dio non si è opposto e l’ha condotta fino a quel punto; persino il semaforo che ha tanto pregato che potesse fermarla, non ha opposto resistenza…e quando gli dei ed i semafori sono dalla tua parte, allora vuol dire che quella è la tua giornata, in cui si è destinati a fare grandi cose. Cose che tutti ricorderanno per sempre. Mara ha deciso; lascia cadere lo zaino e con sguardo di sfida muove verso l’entrata della sua scuola: quant’è bella con il sorriso sghembo al sole; i suoi lunghi capelli biondi profumano di albicocca e la sua beretta M9, che nasconde nei jeans sotto la maglietta, ha le iniziali di suo padre incise sul calcio. Dentro l’aula centonove del liceo una professoressa piange, implora la giovane Mara di fermarsi ‘’Vedrai andrà tutto bene, mi prenderò cura io di te, le cose si aggiusteranno e si rimetteranno a posto’’ la solita filastrocca però...Mara sente il cuore, che pur aveva allenato a rimanere di ghiaccio e impenetrabile per questo giorno, spezzarsi d’un tratto e vorrebbe di nuovo veramente fermarsi; ma ha subito troppo e troppo grande e insopportabile è tutto ciò che ha dovuto vedere, toccare, sentire, provare. La prof ora ha smesso di implorare, né piange. Non potrà farlo mai più e come lei due ragazzi della centonove che dopo gli spari improvvisamente si svuota, mentre il corridoio del secondo piano del liceo invece, si riempie di grida di terrore e di passi pesanti. Mara ancora immobile ed impietrita nella centonove, si accorge che non era ciò che si sarebbe aspettata di provare: né il conforto né la pace tanto desiderata arrivano…ma aveva messo in conto anche questo. Quando le sirene e molti estranei, alcuni dei quali armati, sopraggiungono sul luogo, non trovano che una beretta M9 appoggiata su un banco dell’aula insieme a tre farfalle morte...Mara è già sul tetto dove proverà a volare per l’ultima volta. Che bella l’altitudine pensa. Si le è sempre piaciuta: vedere tutte quelle persone, quelle case, quelle automobili così piccole; e poi quella brezza leggera che le solletica il naso. Mara apre le ali. È pronta. Solo alcuni no strozzati improvvisamente, di alcune sue compagne giunte sul tetto cercano di opporsi alla sua partenza; ma lei è già nell’aria, nel vento, fluttua nel cielo e nella leggerezza del mattino. Mara ha già spiegato le ali e ora vola. Vola mentre il profumo di albicocca inebria la città.

Racconto scritto da Giovanni Sansone

Disegno di Luca Lamberti

IL MERCANTE DI ANIME

L’uscio dell’emporio era socchiuso e dall’interno proveniva una fioca luce rossastra. Sospinsi la porta che si aprii con uno scricchiolio. Entrai titubante e mi guardai intorno, posando lo sguardo sugli strani strumenti che riempivano gli scaffali e le decine di pergamene accatastate sul lungo bancone. Alcuni arazzi occupavano interamente le pareti e un pendolo rotto si stagliava sul muro di fronte.
La donna che mi aveva indicato quel negozio aveva descritto il mercante come un personaggio insolito, viscido e terrificante. Si raccontava che avesse più di quattrocento anni e che non avesse un nome, sebbene nel corso dei secoli gli avessero attribuito diversi appellativi. C’era inoltre chi sosteneva che non fosse del tutto umano.
Quando la strana figura emerse da una porticina posta dietro il bancone, trasalii. La sua statura era quella di un bambino, ma le rughe e l’espressione del volto emaciato tradivano la sua età. Era calvo e le sue labbra erano aperte in una sorta di ghigno. Mi squadrò con i suoi occhi acquosi, in attesa che mi pronunciassi. Per un istante temetti di aver sbagliato indirizzo, non poteva essere lui la persona che stavo cercando. Affondai una mano nella tasca del cappotto e afferrai il foglietto che avevo conservato. Rilessi quanto la donna aveva scritto e tornai a fissare il volto impaziente dell’uomo dietro al bancone.
“Mi hanno detto che tu puoi aiutarmi”. L’uomo non mutò espressione, né disse nulla, così continuai “Sto cercando una merce, qualcosa di molto…particolare”. Il mercante sbatté le palpebre, annoiato. “Qualcosa che non si trova in questa stanza”.
Lui sollevò un sopracciglio, guardandomi scettico e il ghigno sparì dal suo volto. “Non so di cosa tu stia parlando: non c’è nulla oltre questa stanza. È meglio che tu vada”. Si voltò e si mise a trafficare con alcune cianfrusaglie. Non potevo arrendermi né permettermi di perdere altro tempo, così mi sporsi oltre il bancone e afferrai il mercante per un braccio, inducendolo a girarsi verso di me. “Ho bisogno di un’anima” sussurrai,
L’uomo si staccò dalla mia presa e si ricompose. Mi fissò a lungo prima di prendere la sua decisione. “Quanto denaro hai con te?” domandò. “Quanto basta” risposi. Il mercante mi fece segno di seguirlo oltre il bancone, attraverso la piccola porta dalla quale era apparso poco prima.
Mi precedette tenendo in mano una lampada a olio ed io lo seguii scendendo per una stretta scala a chiocciola fino a raggiungere uno scantinato. L’ambiente era molto più grande della stanza al piano di sopra e rimasi affascinata dalla quantità di libri e oggetti ammassati in ogni angolo.
“Che tipo di anima ti occorre?” mi chiese cercando qualcosa su uno scaffale. “Non ha importanza” risposi “ma dev’essere forte abbastanza: ho sentito dire che quelle più deboli non sopravvivono a lungo” aggiunsi.
Lui sospirò e annuì col capo: “E’ così. Le anime più resistenti sono difficili da ottenere e per averle occorre molto denaro”. Gli lanciai un’occhiataccia. “Ti ho già detto che il denaro non è un problema: procurami quest’anima e pagherò qualunque prezzo”.
Il mercante afferrò un’ampolla e la posò sul tavolo davanti a me; conteneva uno strano vapore bianco. “E’…è questa?”. “E’ un’anima molto forte” dichiarò l’uomo. La presi tra le mani e la soppesai pensierosa; poi aprii la sacca e la lasciai scivolarvi dentro.
Consegnai al mercante una busta; lui ne controllò il contenuto e sorrise soddisfatto. “E’ sufficiente?”. “Lo è” asserì accompagnandomi fuori, oltre l’uscita sul retro.
Prima di andarmene mi voltai verso di lui: “Resterai qui ancora per molto?”. L’uomo scosse la testa. “Non posso restare a lungo in un posto…la maggior parte della mia merce è pericolosa. Se scoprissero che ti ho venduto quell’anima finirei in guai molto seri” si guardò intorno con fare circospetto, come per timore che qualcuno avesse potuto sentire quanto aveva detto “Rimarrò in città per altri due o tre giorni, poi andrò via, in cerca di un altro luogo per i miei affari”.
Feci un passo nella strada deserta, illuminata solo dal fievole lampioncino accanto al negozio. “Addio, allora”.
Il mercante sorrise, sfoggiando il suo ghigno irritante. “Sono sicuro che ci rivedremo, quando tornerò in città”. Distolsi lo sguardo da lui e ripresi a camminare. La luce svanì improvvisamente e quando mi girai vidi che l’uomo era sparito e con lui ogni traccia dell’emporio.

Racconto scritto da Roberta