sabato 29 maggio 2010

SOGNO SINCERO


Ho sognato di un giorno, dove le lettere volavano via dalle pagine dei libri, ogni paragrafo, capitolo e copertina era vuota e misera, nelle strade c'erano cartelloni pubblicitari senza valore, i giornali non parlavano più, le lettere erano messaggi vuoti, rimaneva solo specchiarsi in una pagina bianca.
Anche i numeri seguirono il destino delle lettere, stanchi d'essere divisi, addizionati, moltiplicati e contati, iniziarono a sommarsi, creando un numero infinito, questo, iniziò a volare sopra le nostre teste, fino ad affondare nel cielo, per raggiungere le stelle, e ritornare a mescolarsi tra le polveri delle comete, per dormire per anni luce.
I vecchi non raccontavano più le storie a i bambini, i bambini a scuola, non imparavano più a leggere e scrivere, le storie iniziavano a morire, come alberi che invecchiano con gli anni.
Nessuno scriveva più il proprio nome, e la storia non li conosceva, non c'erano uomini immortali, ognuno era incatenato alle catene della propria esistenza.
Vedevo il mare, c'era un vecchio sulla spiaggia che giocava con la sabbia, non era importante la sua età, e non era importante che io ero giovane, entrambi conoscevamo il mondo allo stesso modo, assolutamente niente. Cantava una canzone che faceva:
"Ho visto Dio scappare...
Quando con il mondo smise di giocare...
In balia solo delle scienza...
Il nuovo credo si chiama coscienza...
L'ultima condanna per noi mortali...
E' quella di diventare tutti uguali..."
E improvvisamente mi ricordai che la matematica è universale, che nel disegno, c'è il segno come il simbolo, mi resi conto che le lettere come i numeri, non erano mai scomparse, ma erano sempre state davanti a noi. Mi chiedevo se veramente stavo sognando, se un sogno poteva durare più della vita, e che differenza ci fosse, il vecchio sentendomi si voltò verso di me e mi rispose:
"Che differenza c'è in fin dei conti tra la vita e i sogni?
In entrambi i casi, abbiamo gli occhi chiusi, e siamo là in mezzo a tanti, un po' da protagonisti un po' da registi, gettati nel mondo per cambiare le cose, ma il finale è lo stesso per tutti...
Un risveglio...
E poi il buio".

Racconto scritto da Marco

domenica 23 maggio 2010

FRAMMENTI

Ho perso il senso del tempo. Non ricordo da quanti giorni non lascio la mia casa. Non so se è giorno o notte e non oso scostare i pesanti drappi che nascondono le finestre. Fa freddo, come sempre, e provare a scaldarmi è inutile.
Passeggio per il corridoio. Ho portato qui tutti gli specchi e li ho distrutti. Sul pavimento ci sono ancora frammenti di vetro. È successo molto tempo fa, dopo aver trascorso interminabili ore davanti a ognuno di essi, alla ricerca della mia immagine. È orribile sostare davanti a uno specchio e non poter scorgere il proprio riflesso. Credevo d’impazzire, quell’insensata ricerca era diventata un’ossessione. Così, dopo averli distrutti, mi sono sentito meglio.
Entro nel grande salone centrale e mi siedo sul divano, accanto a Bianca. La prendo tra le braccia e la cullo. Lei sembra guardarmi con quei grandi occhi sbarrati e il rivolo di sangue che le sporca le labbra e il volto la rende ancora più graziosa. Non volevo ucciderla, ma avevo troppa sete.
Mi alzo e lascio cadere il suo corpo per terra. Continua a fissarmi, proprio come quei frammenti di specchio nel corridoio. Sospiro e mi dirigo verso il pianoforte: suonare mi aiuterà a distrarmi. Mi accomodo sullo sgabello e lancio un’ultima occhiata a Bianca: quegli accordi saranno per lei e per l’incantevole pallore del suo viso a forma di cuore.
Ho provato a far di lei la mia compagna, ma non me l’ha permesso.
Forse, un giorno, troverò quella giusta.

Racconto scritto da Roberta

Le avventure di Leo e del piccolo Ramèk


GUERRA

Faceva un freddo cane, quel freddo secco, pungente che ti entra nel naso e ti inchioda il cranio, così io ed il mio amico Ramèk decidemmo di prenderci un gelato. Il pomeriggio prometteva bene, anche se in cielo la solita guerra tra navi aliene ed essere umani, infuriava più che mai. Ma che palle! Poveri spazzini, dalle nuvole cadeva di tutto: pezzi di carne, orecchie, arti, occhi, teste mozzate, intestini, pezzi interi di aerei, per non parlare della poltiglia extra-terrestre marroncina e gelatinosa. Al Giolitti Ice Cream non c'era nessuno quel pomeriggio. Solo io e Ramèk. Il mio amico Ramèk era un ragazzo indiano terribilmente sovrappeso che non parlava molto anzi, non parlava quasi mai: era talmente brutto e raccapricciante che avrebbe dovuto andare in giro completamente coperto, in modo da non riuscire a vederlo. Infatti se ne andava in giro completamente nudo, copriva solamente il suo "coso" di fuori, che invece era estremamente piccolo, con una mutanda da lottatore di sumo. Io mi chiamavo Leo, occhi verdi, denti da castoro ed avevo un fisico snello e slanciato. Ero alto appena 1 metro e 98 cm, ma non mi preoccupavo più di tanto: avevo solo 13 anni ed ero ancora in pieno sviluppo. I medici avevano detto a mia madre di evitare latte e carne, in modo da bloccare gli ormoni e crescita. Mamma invece mi preparava bistecche a pranzo e cena, diceva che mi vedeva sciupato e che dovevo crescere. Nel Giolitti ordinai un cono pistacchio e lampone per me, poi chiesi a Ramèk cosa volesse: a gesti, lui mi fece capire di non esagerare, visto che le arterie del suo cuore erano già abbastanza compromesse dal colesterolo e dalla pressione alta, così gli ordinai 3 coppe stracciatella e vaniglia, una brioche-gelato fragola-cioccolato, una crèpe alla gianduia con granelli di cocco ed un paio di banane fritte al caramello. Io e Ramèk eravamo amici dalle elementari e lui non dava molto peso al fatto che io, spesso e volentieri lo trattassi con poco rispetto o che lo chiamassi brutto, sporco, raccapricciante all'occorrenza. Mi voleva bene. Ramèk si era già spazzolato via quasi tutti i gelati, gli rimaneva solo una coppetta bigusto, quando improvvisamente un mignolo piombò dal cielo e si spiaccicò nella sua stracciatella; non gradì molto la cosa. Guardammo in su. Ah! Questa maledetta guerra. Ormai erano due anni che gli alieni cercavano di conquistarci. Per fortuna i bambini morivano ogni giorno nei nostri cieli e continuavano a proteggerci. Erano quasi tutti bimbetti africani o comunque di paesi poveri. Dopo l'attacco alla Terra le Nazioni Unite avevano deciso di spedirli a combattere negli aerei e nei caccia bombardieri. Tanto comunque sarebbero morti di fame e, così facendo, il mondo adulto avrebbe potuto continuare a svolgere la vita normale di tutti i giorni. Tutte le nazioni approvarono la decisione innovativa con grande entusiasmo, tanto che venne stipulato un patto internazionale: in caso di future guerre (mondiali, civili, lampo ecc) sarebbero stati impiegati sempre e solo bambini. Io e Ramèk eravamo sazi e felici. Quel pomeriggio la nostre fidanzatine e compagne di classe (seconda media) ci avevano promesso che ci avrebbero fatto vedere una cosa morbida e rosa; così decidemmo di addormentarci sul marciapiede.


Storia scritta da Giovanni Sansone

martedì 18 maggio 2010

Quarant'anni di giusto (male)

Son passati quarant‘anni da quel giorno e tu sei tornato a salvarci, anche se hai perso tutto, son passati quarant’anni da quel giorno e molti si son arricchiti e persi tutti i ricordi di quei giorni da ribelli e dato addio alle emozioni. Son passati quarant’anni e quel blues suona ancora da ribelle, anche se le emozioni son cambiate, quel blues, suona ancora per noi, che lo ascoltiamo ripetendone le parole, col tempo ci sembra ancor più bello. Son passati quarant’anni e nulla è cambiato sembra tornar indietro, ma con paure che non permettono di gridare e il ribellarsi non e cosa seria. E tu mi guardi per cercare conforto e forza, ma io son stanco di lottare da solo per cambiare e di guardare il nulla che costringono a dire. Son passati quarant’anni e io non li ricordo come li dicono loro. Ed io che non son perfetto col mio passato non edificante, so solo di non aver venduto completamente il mio rispetto, scopro di esser vecchio, loro che hanno venduto il culo per una moneta in più son loro che son giovani a comandare.

Racconto scritto da Vincenzo

venerdì 14 maggio 2010

LA VENDETTA DELL' ALTALENA


I

-Ti amo.-
-Anch'io.-
Andrea guardò Elena negli occhi, sotto le coperte, nel letto di lei in cui avevano appena passato la notte e aggiunse: -Ed è stata la più bella scopata che ci siamo fatti piccola- Elena arrossì e sorridendo diede uno schiaffo sul petto nudo di Andrea -E dai cretino..-. Improvvisamente una campanella trillò per il corridoio del dormitorio del collegio dei frati benedettini -Dio ma che ora è?- Andrea ancora in boxer, fece cenno ad Elena di ritornare sotto le coperte -Sono solo le sei e mezza, abbiamo ancora tempo per farci un altra...-
-No scemo, è tardissimo! Tra un po' il frate passerà ad aprire le stanze. Cazzo. Se ti trovano qui sono morta.- Poi aggiunse voltandosi verso di lui -Andrea..è vero che non scomparirai..dopo stanotte?- Il suo viso era preoccupato, aveva quasi le lacrime agli occhi. Gli occhi color nocciola di Andrea invece, erano fermi e molto bravi a mentire senza far trapelare niente: -No piccola, non svanirò. Ti amo.- Mentiva. Mio fratello era così. Si infilava nel letto, nella macchina e nel cuore di quante più ragazze poteva, ci andava a letto per qualche giorno e poi si dissolveva come la nebbia del mattino, senza lasciare alcuna traccia di sé. A volte, mi raccontò, aveva usato anche nomi ed identità false. Forse è lui la persona che mi manca e che mi mancherà di più.
Io ed Andrea ci siamo sempre raccontati tutto e nonostante lui abbia 22 anni e me ne passi quattro, si può dire che siamo cresciuti insieme. Mi diceva che ero io l'unica ragazza della sua vita: non mi ha mai detto ti amo o ti voglio bene, quindi sapevo che con me non mentiva.
Quando ci chiudevamo nella mia stanza, a fumare interi pacchetti di sigarette e guardare i nostri film preferiti, mi facevo sempre raccontare la storia del collegio dei frati e della povera Elena; tra tutte era quella che mi piaceva e mi faceva ridere di più. Poi iniziava a ridere anche lui e mentre sullo schermo del mio televisore, Johnny depp si apprestava a salpare con la sua Perla Nera con una bottiglia di rum in mano, Andrea si metteva il cappuccio della felpa in testa, si accendeva un altra Chesterfield e finiva di raccontarmi la sua storia.

II

“Io ero ancora nudo nel letto ed Elena si agitava per la stanza come un ossessa, dicendomi di rivestirmi, di aprire la finestra e di buttarmi giù. Io le risposi dicendogli che era pazza e che, al massimo, mi sarei nascosto nell'armadio oppure sotto il letto. Poi, dopo aver riordinato un po' la camera, si affacciò sul corridoio: il frate era già passato saltando la sua stanza. Mi disse che dovevamo approfittare del colpo di fortuna così mi rivestii ed indossai il cappuccio della mia felpa, proprio come ora. Uscimmo nel corridoio: le altre ragazze del collegio si stavano tutte dirigendo presso la cappella, per la messa della domenica. Cominciarono a parlottare e ridere tra di loro non appena mi videro e capii che il cappuccio non serviva poi a molto; Elena mi diede uno strattone e mi ordinò di continuare a camminare. Dovevi vederla sorellina mia! Era una maschera di sudore ed era diventata pallidissima del colore dell'avorio. Se la beccavano con me, sarebbe stata espulsa e non credo che i suoi genitori avrebbero gradito molto la faccenda. Io mi stavo divertendo da matti: mi sentivo un vero fuggitivo o un boss malavitoso che viene catturato e condotto in un luogo nascosto. Dopo un po' ci fermammo e mi disse -Ok, ora prosegui per questo corridoio, in fondo troverai la mensa, lì prendi l'uscita di emergenza e sei fuori. Capito?-
Io feci cenno di aver compreso. Poi improvvisamente mi prese una mano, la portò sul suo volto, sospirò e mi guardò negli occhi -Verrai di nuovo stanotte?- Mi tolsi il cappuccio la portai al mio petto e dissi: -Certo. Verrò.- ….Come no! Pensai.
-Ehi Tu!-
La voce veniva proprio dal fondo del corridoio e dal suono sembrava più il grugnito di un cinghiale.
-Fermo Tu!-
-Oh cazzo- dissi. Il frate addetto alla mensa era lì a venti metri di fronte a noi. Baciai Elena, che scappò piangendo, accesi una sigaretta, legai la mia giacca di jeans intorno alla vita e rimisi il cappuccio in testa. Ero pronto allo scontro.
Il frate, che poteva pesare dai 120 ai 140 Kg, armato di una tavoletta di legno per affettare i salumi e palesemente incattivito dalla mia presenza all'interno del collegio, si lanciò con una foga spaventosa verso di me. Oh sorellina mia, me la sono quasi fatta addosso, perché il porco era molto agile nonostante la mole del suo corpo; inoltre era talmente grosso da occupare completamente il perimetro del corridoio, e non vedevo vie di fuga. Dovevo affrontarlo.
Ormai mi aveva quasi raggiunto mentre io ero rimasto perfettamente immobile nel punto in cui avevo salutato Elena: misi un piede in avanti preparandomi per un eventuale spinta ma ecco che Frate Facocero è lì, a un centimetro da me, con il braccio e la tavolozza di legno già sospesi a mezz' aria pronto per colpirmi, quando SBAAAM il mio piede destro colpisce con tutta la forza che ho nella gamba le sue povere palle. Frate Facocero assume una tonalità bluastra in volto, la tavoletta cade per terra e senza emettere un solo verso il povero prete cade sulle ginocchia. Aveva gli occhi schizzati fuori dalle orbite, sembrava un enorme pesce palla. Io lo guardai incuriosito: forse era morto. Sarebbe stato il primo uomo a morire in ginocchio e con gli occhi aperti. Poi mugugnò qualcosa -Ahi..Ahi...b-brutto pezzo d-di...- A quel punto mi chinai verso di lui e gli sussurrai all'orecchio -Eh no. Non si dicono le parolacce padre. Per questa volta la perdono e se la cava con cinque avemaria e un padre nostro- Poi aggiunsi -E comunque non se la prenda. Tanto, non le sarebbero servite.- Rimisi il cappuccio in testa e schizzai fuori dal collegio come una lepre.”

Questa era la mia storia preferita ed Andrea me la raccontava sempre; poi ridevamo e finivamo con l'addormentarci abbracciati per la fame. Le sigarette ci aiutavano a sentire di meno i crampi allo stomaco. Si, perché non avevamo molti soldi ed ormai avevo perso il conto di quante volte saltavamo la cena ed il pranzo. Ci arrangiavamo. Anzi penso che eravamo abbastanza poveri. I nostri genitori erano morti in un incidente stradale due anni prima, e noi, vivevamo da soli nella nostra casa.
Non so perchè sto scrivendo questa specie di lettera o confessione, sul muro della cella in cui mi trovo. Forse perché voglio lasciare una qualche specie di segno; forse perché ho un animo da scrittrice chi lo sa.....o forse perchè voglio solo che le persone che staranno chiuse qui dentro dopo di me, si possano sentire meno sole, magari ammazzando il tempo a leggere la mia storia. Comunque i secondini sono tutti simpatici e mi lasciano scrivere sulla parete. Anzi mi passano anche i pennarelli quando ne finisco uno.

III

A questo punto della mia storia, se siete arrivati a leggere fino qui, vi chiederete cosa ci fa una ragazzina appena maggiorenne in una cella di prigione. Bé vi ho parlato di Andrea, del mio supereroe personale; ma io e lui non eravamo gli unici. Avevamo un altra sorella, si chiamava Ada.
Ada era la più grande di noi tre e soprattutto la più responsabile. Si, Andrea era speciale, era una specie di rockstar, il classico ragazzo che ti travolge ti conquista e non ti lascia più andare ma...devo essere sincera, era un nullafacente. Se trovava un lavoro dopo due giorni si faceva già buttare fuori per cattiva condotta o perchè aveva fatto a pugni con qualche collega o con il capo. Era fatto così e se non fosse stato per Ada saremmo veramente morti di fame in questi ultimi due anni. Ada era di quanto più puro e buono potesse esistere sulla faccia della Terra, i suoi occhi azzurri e velati riflettevano un anima che niente e nessuno avrebbero mai potuto corrompere, solo la morte poteva strapparla dalla sua purezza, dal suo candore. Io ed Andrea, da piccoli, ci eravamo promessi di difenderla da tutti e tutto, in qualsiasi circostanza in qualsiasi modo...invece.
Quando i nostri genitori erano in vita Ada studiava legge ed anche se, appena tredicenne, aveva perso quattro lunghi anni per una terribile malattia (leucemia) una volta guarita con una forza degna solo di un essere superiore ed immacolato, aveva poi recuperato velocemente, diplomandosi e conferendo una laurea con il massimo dei voti. E' grazie a lei ed alla sua conoscenza delle leggi che quando i nostri genitori morirono non fummo affidati ai servizi sociali oppure a qualche stupida famiglia di plastica che non avrebbe mai potuto rimpiazzare mamma e papà.
Il primo anno fu il più difficile: Andrea non tornava quasi mai a casa anche se a volte, a notte fonda sentivo qualcuno accarezzarmi i capelli e sussurrarmi che sarebbe andato tutto quanto bene. Ada dovette abbandonare la sua promettente carriera universitaria e si trovò un lavoro come inserviente in una catena di centri commerciali della città. La paga era misera ma per mangiare ci bastava. Ce la facevamo bastare. Andrea non voleva che Ada si sacrificasse a quel modo ed era contrario al fatto che lei lavorasse, ma come al solito mio fratello era buono a fare le sue brillanti sceneggiate ma poi quando Ada gli rispondeva che almeno lei lavorava e che se non fosse stato per quei quattro soldi che portava a casa saremmo finiti in mezzo alla strada, Andrea faceva un passo indietro brontolando...e spariva di casa per una settimana. Poi però tornava sempre e mi portava le sue storie e le sue avventure. A volte portava anche dei soldi, non so dove li prendesse, ma tra sigarette e cibo finivano subito. In seguito Ada perse quel lavoro e ci ritrovammo veramente soli e ridotti allo stremo; naturalmente come in ogni buon film drammatico che si rispetti, tutti gli amici e le persone piene di buoni propositi e di parole dolci che ti accompagnano nella buona sorte scomparirono uno dopo l'altra non appena questa si fece cattiva e le cose divennero grigie e buie per noi. 'Amici'...è la parola più falsa e menzognera che l'uomo abbia mai potuto inventare. Questi amici sono le stesse persone che magari in una serata in discoteca o in un pub, ubriachi o strafatti, ti vengono a dire “Noi ci saremo sempre..io ci sarò sempre bla bla bla e fottute cazzate varie...” Andrea mi aveva sempre messa in guardia da queste persone ed all'inizio pensai che fosse il suo solito modo di esagerare ed ingrandire le sue visioni della vita. Era sempre stato un egocentrico melodrammatico, ma dopo la morte dei nostri genitori, dovetti ammettere che era proprio come diceva lui. Tutto il nostro universo, tutto il nostro mondo eravamo noi tre, solo noi tre e non avevamo bisogno di tutti quei falsi manichini che ci avevano abbandonato: noi eravamo Fratelli. Fratelli veri, lo sentivamo gridare nel nostro sangue.
Ada una sera (quella dannata e maledetta sera) di qualche mese fa era uscita a comprare qualcosa di surgelato sottocosto da mangiare. Io quel giorno, per la debolezza ero svenuta almeno tre volte; Andrea non si faceva vedere da un paio di giorni ormai. Erano appena le otto ed il supermercato aveva già chiuso le luci esterne. Ada pagò con quei pochi centesimi che ci rimanevano e si affrettò a tornare a casa. Tagliò per un vicolo e lì vide due ombre appoggiate al muro: un tossico ed uno spacciatore che stavano trattando. Appena scorsero la figura di mia sorella il drogato se la diede a gambe, mentre lo spacciatore, che poi scoprii che si faceva chiamare Canguro, marito e padre di due figli di appena sette anni, si accese una sigaretta ed esitò. Mia sorella riprese la borsa, che le era caduta e facendo finta di niente riprese a camminare. -Ehi zuccherino, quanta fretta.-
Canguro si avvicinò e si mise proprio di fronte ad Ada. -Signore la prego non ho niente..ho solo questo orologio. Lo vuole? Non so se vale molto ma è tutto quello che ho..- -Oh no, no. Non ruberei mai l' orologio ad una ragazza carina come te. Sono un gentiluomo io sai! Ma guarda che bel faccino. Si, non voglio il tuo orologio dolcezza. Tu mi darai qualcos'altro ok?-

IV

Ada quella sera non tornò a casa. Io svenni di nuovo poco prima delle nove, poi, nonostante i fortissimi crampi allo stomaco mi addormentai. La mattina, intorno alle sette e un quarto sentii il campanello di casa suonare più volte; mi feci forza e mi alzai ma la testa mi girava troppo, così caddi ripetutamente prima di raggiungere la porta. La aprii e mi bastò vedere i due poliziotti ed Ada ridotta peggio di uno zombie seduta sul sedile posteriore nella loro volante per capire che da quel preciso momento la mia vita sarebbe cambiata per sempre. Un altro agente che era rimasto nell' auto accanto a lei, scese e le apri' la portiera; Ada mancò a due passi dall'uscio, non riusciva neanche più a camminare, così la riportarono in ospedale, dove aveva passato la notte. Non ero riuscita a salutarla ne tantomeno avevo trovato il coraggio o la forza di andarle incontro o di dirle una qualsiasi stupidissima parola. Stupro—Stupro-- Stupro—Stupro--Stupro Era la sola parola che mi rimbalzava in testa quando mi interrogarono al commissariato. Mi dissero che mia sorella era riuscita a trovare la forza di liberarsi dalla busta di plastica nera dove il suo aguzzino l'aveva rinchiusa dopo averla violentata. Voleva bruciare il corpo in un vecchia discarica della città ma si era dimenticato la benzina nell'auto, così mia sorella riuscì, non mi spiegarono come (forse non lo sapeva neanche lei) ad uscire dalla busta e fuggire via. -Chi è?- riuscii a malapena a pronunciare la domanda -Cosa piccola?- rispose il poliziotto che mia aveva interrogata -Ho detto, chi è stato?-
-Stiamo facendo il confronto dell'identikit con gli archivi della centrale. Tua sorella è riuscita a darci informazioni ben precise...poi dopo non ha più pronunciato una sola parola. Cristo, povera ragazza. Ma noi vi aiuteremo vi daremo tutt..- Improvvisamente un altro poliziotto irruppe nella stanza -Commissario ce l'abbiamo è una vecchia conoscenza. Canguro!..ops, scusatemi..-
Io avevo sentito tutto ciò che mi interessava. Mi alzai di scatto dalla sedia e scappai via veloce come una lepre dalla centrale; pensai a quella volta che mio fratello era fuggito così veloce da un collegio di frati benedettini. A stento sentii in lontananza le urla furibonde del commissario -Ehi! Ehi fermati! Cazzo prendetela idioti...fermati, dov'è tuo fratello?..dobbiamo parlare anche con lui..Ehi!...-
Dovevo essere più scaltra della polizia a trovare Canguro e sapevo che ce l'avrei fatta..erano pur sempre poliziotti. Il problema era recuperare un 'giocattolo'. Lanciai mille maledizioni contro Andrea. Perché non c'era mai quando serviva? Poi mi ricordai che proprio lui una volta mi aveva parlato di un suo vecchio compagno di classe che lavorava in un armeria alle porte della città. Presi l'autobus interurbano e raggiunsi il negozio. -Ciao- dissi al ragazzo brufoloso dietro al bancone di fronte a me -Ehi non sai leggere il cartello? Solo maggiorenni.- -Guarda che io ho 25 anni- -Senti ragazzina fuori dalle palle, ma che diavolo avete voi bambini di oggi? Dai su vai v..- Mi catapultai come una cavaletta dietro al bancone afferrai con la mia mano destra le palle dell'amico di Andrea e cominciai a bisbigliargli minacciosamente ad un millimetro dal volto -Senti stronzo di merda, stanotte hanno stuprato mia sorella , sono appena scappata dalla polizia e credo che non saro' mai piu la stessa! Quindi non ho nessuna intenzione di fermarmi davanti ad un rotto in culo sfigato come te. Perciò o mi dai qualcosa e sparisco al volo oppure ti strappo i testicoli, qui adesso.- Cominciò a sudare e balbettare, faceva parecchio schifo . -Ma non p-posso, il principale mi ucciderà..- - Senti, ti ricordi di Andrea? Facevate le superiori insieme.- - S-si mi ricordo, ma che c'entra adesso questo?- -Sono sua sorella.- Lo lasciai andare. Lui si asciugò il sudore dalla fronte con la mano e poi disse -Oh cristo!.. cristo..Andrea..dio mi dispiace..non so che dire..- -Puoi aiutarmi?puoi darmi qualcosa? Mi basta anche un coltello.- Rimase un attimo in silenzio poi mi disse di seguirlo. Arrivammo nel magazzino del negozio prese qualcosa da una delle innumerevoli scatole che erano disposte ordinatamente sugli scaffali. -Questa è una scacciacane. Non è una vera e propria pistola ma ho rimosso il tappo che per legge non dovrebbe mai essere tolto, quindi ho apportato alcune modifiche alla canna ma sono inconsistenti e comunque solo un occhio esperto potrebbe accorgersene; se ti beccano la passi liscia. Non posso darti dei veri e propri proiettili ma è già carica; dentro ci sono alcuni piombini d'acciaio, sempre fabbricati da me. Ad una distanza ragionevole fanno dei bei buchi.- Guardai l'arma: sembrava una vera e propria pistola ma poteva essere acquistata tranquillamente, anche dai minorenni. La presi e la misi nello zaino della scuola che avevo preso a casa.
-Grazie- gli dissi disinvolta -Ok. Senti mi dispiace sul serio per tua sorella. Sparagliene uno anche da parte mia.-
Ripresi l'interurbano e tornai a casa, ma la polizia era lì nel cortile ad aspettarmi quindi tagliai per il parco. Dalle radiotrasmittenti delle loro auto sentii che le ricerche del Canguro erano diventate più problematiche del previsto. Forse avevo ancora qualche speranza di fotterlo prima che venisse catturato. Non so per quanto tempo rimasi nascosta tra alcuni cespugli nel parco, avevo perso il senso del tempo ma di sicuro, la notte era passata e stava albeggiando. Dopo un ora vidi alcuni dei miei compagni di scuola sedersi su una panchina; si facevano due tiri prima di entrare. Anch'io avevo lo zaino, ma quella mattina non sarei andata a scuola; la marinavo da troppo tempo pensai ed i miei voti facevano più schifo dei brufoli del mio compagno di banco Marco. Mi ripromisi di impegnarmi di più. Era incredibile come la fame, per la quale svenivo in continuazione, il sonno e la debolezza muscolare venissero tutte appagate dalla quantità e dall' abbondanza di rabbia e sete omicida che sentivo mescolarsi avidamente al sangue delle mie vene. Ma psicologicamente invece mi sentivo al pari di una perfetta statua di ghiaccio, perfettamente lucida e determinata, che si sarebbe frantumata solo dopo aver conseguito l'obbiettivo. Non tremavo, non sudavo, non sentivo niente. Il parco aveva un lungo tunnel emerso da antiche rovine della città, che portava direttamente in un altra ala del parco stesso. Erano anni che non vi passavo e non raggiungevo questo posto e, non sò il perché, quella mattina lo attraversai e mi ritrovai dall'altra parte.

V

Il parco era rimasto perfettamente intatto a come lo ricordavo. Era da quando mia madre non mi ci portava da bambina a giocare la domenica, che non ci mettevo piede. Al centro c'erano due grandi giostre luminose e appariscenti che si facevano concorrenza l' un l'altra: una, un grosso tendone da circo decorato a nuvole e farfalle, sotto il quale roteavano felici ed instancabili una decina di pony azzurri e rosa, i quali, ad ogni fine giro ti salutavano con voce meccanica e spettrale; l'altra era un enorme pista da corsa dove piccole auto gialle e bizzarre navicelle spaziali sostenuti dall'alto tramite tubi di ferro, si alzavano da terra per poi zig-zagare fino a fine percorso. Ormai, dopo anni, il tutto era diventato il posto preferito per tossici e barboni. Dei pochi giochi, oltre alle due giostre in rovina, vi erano rimasti la casetta di legno con il ponte e l'altalena: quante volte avevo fatto a pugni con gli altri bambini per salirci sopra. Quella mattina ci salii senza dover affrontare nessuna battaglia. Afferrai le catene con tutte e due le mani, tre passi all'indietro e mi diedi la spinta. Sentii lo stomaco dilatarsi e l'aria accarezzarmi il viso e i capelli; quelle sensazioni mi fecero ricordare la mia prima sigaretta ed il mio primo bacio. Andavo sempre più veloce, ad ogni oscillazione la mente si svuotava e lo stomaco mi arrivava in gola..poi il tutto svanì all'istante,frenai bruscamente con i piedi sul terreno. Aveva cominciato a piovere , ripresi coscienza di me stessa; le mani erano ancora serrate sulle catene dell'altalena: non ci volevo credere, non poteva essere...il bastardo che aveva stuprato mia sorella era lì a una trentina di metri da me. Spacciava tranquillamente la sua merda ad un quindicenne ,che forse riconobbi, come se nulla fosse successo la sera prima, come se non si curasse del fatto che la polizia di tutta la città gli era alle costole. Questo voleva dire due cose: la prima, che Canguro non era un pesce tanto piccolo, la seconda che era la mia giornata fortunata. Cominciai ad esaminarlo attentamente: aveva un brutto muso allungato e due orecchi enormi, e da lì capii il perché del suo soprannome. Per il resto pochi capelli grigi diradati, baffetti neri tinti e molti peli sul collo. Senza scendere dall'altalena infilai la mano nello zaino della scuola. Ero pronta. I miei proiettili non attendevano che lui. Come una fitta nebbia primaverile, elegante e silenziosa mi diressi verso lui e l'avvolsi -Salve Signor Canguro, come sta?- … Quando la polizia arrivò tre ore più tardi mi trovo lì, seduta sul corpo di Canguro supino in un lago di sangue, il suo sangue naturalmente; mi stavo tranquillamente fumando una delle mie ultime Chesterfield. Avevo accuratamente praticato l'asportazione dello scalpo sul brutto maiale(il coltello era stato un omaggio dell'amico di Andrea). L'avevo imparato da un vecchio fumetto western che Andrea aveva rubato per me qualche anno prima. Avevo vendicato Ada.
Poi iniziarono i processi, i passaggi dal riformatorio alla prigione vera e propria, e tutte quelle noiose pratiche giudiziarie. Il giorno del mio diciottesimo compleanno quando mi trasferirono in carcere, dove mi trovo ora, Andrea mi venne a trovare. Gli occhi di mio fratello erano diventati un po' meno arroganti, ma io volevo che mi raccontasse ancora le sue storie. Ora non si allontanava da Ada nemmeno più per andare in bagno e quel giorno mi disse che si erano trasferiti in montagna, in un piccolo paese sopra la città, dove dei vecchi signori provvedevano per loro. Mi disse che presto li avrei raggiunti e che....la figlia naturale dei due vecchi non era niente male. Mio fratello! Sapevo e speravo che non cambiasse mai. Per il processo fui affidata ad un compagno di corso d'università di Ada, molto famoso e molto sveglio, più che altro molto con le mani in pasta (suo padre è nella Corte di Cassazione). Solo che poverino lo faccio disperare. Mi dice sempre di dire solo ed unicamente quello che lui mi scrive quando entriamo in aula. Ma non sono molto collaborativa. Io devo vendicare mia sorella per il resto della mia vita. Mi dice sempre che potrei già essere libera, che non devo rivolgermi ai magistrati a quel modo, che la Legge, nel mio preciso caso prevede pene ridottissime, nonostante le accuse nei miei confronti di omicidio colposo preintenzionato con l'aggravante di violenza ingiustificata e che grazie alla sua competenza (mani in pasta) me la sarei cavata con due o tre anni di servizi sociali.
“Signori Giudici, io non mi pento per un solo momento di quello che ho fatto, anzi, non solo lo rifarei, ma credo che tra qualche anno, quando sarò fuori di qui, aspetterò che i figli del defunto Canguro abbiano almeno l'età e le palle per pisciarsi nei pantaloni dopo una sbronza ed allora, forse mi prenderò anche i loro scalpi.” Ed è quel punto che il povero avvocato si mette le mani in testa e mi sbraita contro -Attieniti allo scritto, attieniti allo scritto maledizione! Dio che ho fatto di male!-
Non mi importa quanto dovrò restare chiusa qui dentro, non mi importa se Andrea mi mancherà da morire. In una notte di primavera quando i negozi ormai stavano chiudendo e le luci dei lampioni iniziavano ad illuminarsi, Ada ha perso le sue ali...le ha perdute per sempre. 25/02/210 Per Ada ...dalla tua sorellina.

Storia scritta da Giovanni Sansone

giovedì 13 maggio 2010

DOLCE COME LA TRISTEZZA

Forse avrete sentito dire che la nostra giornata, è una continua prova per testare la nostra pazienza...
Avrete sentito anche, che la vita è come una scatola di cioccolatini non sai mai quello che ti capita, e la mia vita è il filo conduttore di queste due frasi, non potevo immaginare che mi capitava di vivere per soffrire e sopportare.
Lavoro in una fabbrica di caramelle, che tra l'altro a me non piacciono e fanno fiorire ricordi tristi della mia infanzia, nel mio lavoro vengo continuamente umiliato, estorto della dignità, che da qualche parte del mio corpo è stata riposta quando dio ha iniziato a fabbricare uomini in serie.
Il mio capo di lavoro, è sotto di grado solo a mia moglie nel compito di distruggere la mia vita, e infine mio figlio, adolescente obeso perché mangia continuamente schifezze come caramelle. Forse sono in coma e non me ne sono accorto, e la rabbia che cresce dentro di me mi farà morire o svegliare da questo sonno, e sogno che sono una caramella offerta da un barbone, nessuno ha il coraggio di accettarmi, e non importa se ho uno strato che mi protegge dall'esterno, è sopratutto dentro che mi sento sporco.

racconto di Marco Arnoldi

mercoledì 5 maggio 2010

PENSIERO DI UNO

Su un mezzo pubblico possiamo trovare storie di vita che durano appena una fermata di autobus.
Uno è uno dei tanti che prende l'auto fa tardi e pensa:
-Cinque fermate cazzo! cinque fermate ha fatto da quando ho preso l'autobus! e questo che si fissa? adesso ti guardo finché non distogli lo sguardo... ecco così va meglio... e ricomincia! ... ma quante cazzo di Smart ci stanno a Roma? scommetto che non arrivo a contare fino a trenta senza vederne una... uno, due tre quattro cinque sei sette... uno due tre quattro...uno due tre quattro cinque sei... quando c'era la partita di calcetto? sabato? giovedì? giovedì!
Sale un anziana, Uno sa che se la guarderà negli occhi, finirà per concedergli il posto a sedere chiedendogli di accomodarsi, e sa anche che la vecchina non le dirà di no, evita gli spessi occhiali tondi dell'anziana signora con abile ingenuità, e riprende a pensare:
-Tanto non ti apre davanti, si sale al centro, la gente ancora non ci arriva... otto nove dieci undici...uno due tre... chi mi chiama adesso? no non è il mio...ma perché abbiamo tutti questa suoneria? sempre meglio delle suonerie che fanno in pubblicità su Italia uno! il topo, l'elefante, l'anatra, che animale c'era poi? otto nove dieci...
Poi però qualcosa va storto, e Uno si trova più vicini gli occhi dell'anziana:
-Si vuole mettere seduta signora?
-Ho grazie...
-Prego non c'è di che...
Mentre abbandona sconfitto il campo da gioco, con un falso sorriso televisivo:
-Rompi palle che non sei altro!
Dice ad alta voce ma dentro di sé e continua:
- Uno due tre quattro cinque... vediamo dove siamo arrivati? Smart bianca bella questa! mi devo tagliare i capelli, e questa estate mi faccio il tatuaggio!... che caldo, è uscito Iron man 2!, manca una fermata, qualcuno si diverte ancora a premere in continuazione il bottone della fermata, guardano me, mica penserete che sono stato io è quello in fondo! meno male un altro verde!
Poi solo dopo essersi accertato che la persona che ostacola la sua uscita dal mezzo chiede:
-Scusi scende alla prossima?
-No prego.
Perché Uno ormai conosce bene quando qualcuno deve scendere dall'autobus o rimanerci, e mentre arriva la sua fermata, un plotone di turisti giapponesi attaccano l'entrata dove sta scendendo lui, lasciati alle spalle i sapori di oriente respira rincuorato, dimenticandosi volontariamente di guardare l'orologio, che gli avrebbe ricordato i minuti di ritardo, e sopratutto si dimentica di guardare la fermata dell'autobus, che scoprirà presto non essere quella giusta.

racconto di Marco Arnoldi

domenica 2 maggio 2010

ALL'OMBRA DEL CINNAMOMO

Immobile sotto i rami del cinnamomo, ho trascorso questi ultimi giorni.
L’acqua del lago riluceva al riverbero del sole morente. Ho aperto il mio ombrello per ripararmi dai raggi dell’astro del mattino e dalle lacrime del cielo.
Un pittore ha dipinto le mie labbra vermiglie e impresso le mie forme sulla sua tela. Un poeta ha composto per me delicati haiku sotto la luce di mille stelle.
Continuavo a domandarmi dove fossi. Mi avevi forse dimenticato?
Ogni notte ho atteso sotto quest’albero, sperando di vederti comparire all’orizzonte. Non mangio più, non dormo più. Attendo solo te.
Rammenti quando c’incontrammo la prima volta? Allora ero solo una bambina, una timida maiko*. Entrasti in casa senza alcun rumore, simile a un’ombra che scivola sui muri. Posasti il tuo sguardo su di me solo per un istante, prima di dirigerti nella stanza accanto. Ti riconobbi e la tua presenza lasciò un segno indelebile nella mia anima. Trascorsero lunghi, interminabili lustri; la mia sterile vita si era popolata da danze, ventagli e sgargianti kimono. C’incontrammo ancora, in un rigido mattino d’inverno. Mi passasti accanto e mi voltai a guardarti. Ti fermasti e per un istante pensai che fossi lì per me. Non distolsi lo sguardo dai tuoi occhi e attesi di scivolare tra le tue braccia. Ma tu, riprendendo il tuo cammino, non mi prendesti con te.
I miei occhi sono aridi, il mio volto è una maschera tragica nel silenzio di questo paesaggio. Non ho fatto che attenderti per tutti questi anni, effimera speranza di totale abbandono.
Ho udito una musica lieve e il mio cuore ha perso un battito. Sei tu, sei venuto a prendermi. Mi volto e ti vedo, splendido dio dalle ali lucenti. Il tempo si è fermato, stavolta per sempre. Osservo il mio corpo giacere immobile ai piedi del lago, il viso sorridente all’ombra del cinnamomo.
Mi prendi per mano e mi porti con te.

*apprendista geisha.


Racconto scritto da Roberta.