sabato 27 marzo 2010

SOGNO BUGIARDO

Nel buio ho visto il mondo muoversi, ho visto stelle nascere e morire per te che sei lontano da me, una lacrima e un ricordo sono dedicati a te. Ho visto il passato proiettato nel futuro e ho visto tutto in un sogno bugiardo che diceva che eri qui con noi, a ricordare che la vita è qualcosa che va inventata, rafforzando tutto col sorriso. Ancora il tempo non passa mai, il tuo ricordo si fa sentire e tu che stai in altri mondi sai dove sta la verità.

Racconto scritto da Vincenzo

LA PREDA

Insieme alle altre femmine del branco, mi dirigevo verso la palude, il punto di ritrovo delle zebre. Conoscevo perfettamente l’area e sapevo come sfruttarla al meglio. Ci muovemmo rapidamente, disponendoci a ventaglio.
Mi staccai, infilandomi in un lato: da questo momento in poi avrei dovuto vedermela da sola.
Non mi preoccupai della direzione del vento: l’odore delle prede era molto forte. Procedetti attraverso la boscaglia con fare sicuro: da lì non mi avrebbero visto.
Non servivano segnali, sapevo come muovermi e dove andare, ero guidata dalla consapevolezza istintiva della posizione delle mie compagne. Osservai il branco che brucava l’erba, ignaro del pericolo; con la palude alle spalle, le zebre avrebbero avuto poche vie di fuga.
Gli alberi si fecero più radi e ripresi a muovermi furtiva, nascosta dall’erba alta, con la testa bassa e il ventre a terra. Mi concentrai: dovevo rilassarmi, controllare il mio respiro, e sentire la terra sotto le zampe per evitare che qualche sasso facesse rumore.
Avanzai silenziosa, poi mi fermai in attesa che una zebra si dirigesse nel mio raggio d’azione.
Mi misi in posizione d’attacco; dovevo solo aver pazienza, avevamo bloccato tutte le vie di fuga, ormai le zebre erano circondate e per catturarle sarebbe stato necessario coglierle semplicemente di sorpresa. No, non sarebbe stata una caccia difficile.
Puntai gli occhi sul branco, senza staccarli un solo istante: una di loro avrebbe commesso un passo falso ed io sarei stata pronta ad abbatterla.
Trascorsero pochi minuti, poi una zebra si allontanò dalle altre, dirigendosi verso di me. Era arrivato il momento: con un balzo, saltai fuori dal mio nascondiglio e scattai verso la mia preda. Colsi lo sguardo sorpreso e spaventato della zebra che si voltò e cominciò a correre nella direzione opposta. Era più veloce di me, ma potevo raggiungerla ugualmente. Mentre la inseguivo, percepii un senso di eccitazione, una sensazione che provavo solo durante la caccia.
Correvo, la mente svuotata; non vedevo nient’altro che la mia preda, era l’unica cosa importante in quel momento, l’unica sulla quale dovevo concentrarmi.
La zebra non si voltò neanche per un istante, e continuò la sua corsa. Quando le fui vicina, mi accostai ancora di più e saltai, atterrandola. Pensai di aver vinto, ma non fui abbastanza rapida nel metterla fuori combattimento: la mia preda mi colpì con forza con gli zoccoli e si rimise in piedi, travolgendomi e riuscendo a fuggire.
Quando mi rialzai, era ormai lontana. Ruggii seccata e mi allontanai sconfitta sotto lo sguardo severo delle mie compagne.

Racconto scritto da Roberta

LA LOTTERIA DELLA COSCIENZA

Signori e signori ecco la lotteria della coscienza! venghino signori! venghino! litigare o meglio, giocare è facile! o meglio può capitare che il gioco cerchi voi più che voi lui, e quando si gioca non si scherza, anche se fuori potreste sembrare piuttosto freddi, dentro di voi mille emozioni e paure, fanno capolino, come fossero tanti detenuti impazziti, costretti a scontare la galera nel buio, che non possono essere giustiziati, perché dopo tutto viviamo in un paese civile senza pena di morte! le loro mani escono poco a poco dalle sbarre cercando di afferrare le chiavi del secondino, che è il controllo, che normalmente è un uomo grosso e capace di contenerli, ma adesso in questo momento e in questa situazione, si è preso un giorno di pausa e lo sostituisce uno nuovo, gracile e terrorizzato, tra poco, loro prenderanno il sopravvento su di lui! un tremolio riscalda i muscoli, che il cervello lasciasse un po' di morfine per contenere tutto questo frastuono, in questo momento esistono poche strade, ma chi guida è l'istinto, probabilmente accadrà tutto in poco tempo! in questi momenti pensate pure alle conseguenze, è legittimo, se si dà troppo spazio alla foga, e la sfortuna ti passa accanto può finire male, meglio tenersi tutti i denti! che le mammolette si scansino e inizino a ridere di chi non si è mosso, fate il vostro gioco!

Racconto scritto da Marco

NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI DELLE URINE

Che cazzo de freddo,famme accende na sigaretta. Ste teste de cazzo..lo sanno che odio quando me fanno aspettà." Bella Gianlù". "Bella un cazzo!sono tre ore che v'aspetto e se crepa dar fred..". "Dai su,falla finita pe du minuti". "Che?! è dalle dieci che sto qua!". "E dai Gianlù,su.". "Ah Gianlù, ma lo sai chi è morto?". "Oddio no!chi??". "Sto cazzo!!". I miei due compari si allontanano sfuggendo facilmente ai miei calci volanti che cercano di colpire le loro brutte e pelose natiche..ma li mortacci loro, me pigliano pure per il culo. Comunque con la mia punto gialla con fiancata rigata arriviamo alla festa; cioe' ci imbuchiamo a casa de una. Una bellissima villa appena fuori Roma. Io non ho voglia nè di conoscere gente nè ragazze, però mi siedo su un divano vicino ad una biondina niente male; ed ecco immediatamente spuntare,come per magia, i miei due carissimi amci. Me la devono far pagare per una storia vecchia..ed io ce devo stà. Il primo attacca"A Gianlù certo che l'altra sera non ti sei regolato; quella povera pischella..dopo che te la sei fatta..accannarla così sulla tangenziale". Naturalmente il tono delle loro voci è 'casualmente' molto alto. Il secondo contrattacca "Si infatti Gianlù.Ma che t'aveva fatto poverina? ma poi siamo sicuri che era una ragazza? dì la verità eh..era na mignotta! o un trans!". La biondina niente male si limita a guardarmi disgustata e a lavarmi accidentalmente la faccia con il suo cocktail. Basta! è ora di reagire; mi dirigo verso il tavolo degli alcolici e me scolo tutto. Due occhiate al soffitto poi al lampadario ed infine ai culi delle donne formose di qualche cazzo di Caravaggio de noantri, raffigurate nei quadri della stanza e sono ufficialamente brillo,tendente all'ubriaco. Ritorno euforico dai miei due compari "Daje ragà,famo festa,spaccamo tuttoooo.." uno dei due,non capisco quale,me tira na pizza allucinante,quasi allucinogena in faccia e me fà "A scemo riprenditi. Se ne stamo annà via..è sparita la macchina de uno e hanno chiamato le guardie.". A grandi spintoni e cazzoti sulla schiena i due me catapultano fuori nell'enorme giardino con piscina della villa; però c'è qualcosa che non mi torna. Improvvisamente le mie pupille si dilatano e comincio ad urlare come un disperato "Ao!ao,aoooo la macchina!la macchinaa!dò cazzo stà la macchina miaaa!?..". Nel panico piu' totale comincio a girarmi tutto il giardino con un mio personale sottofondo composto da innumerovoli e smisurate imprecazioni contro Nostro Signore, quando improvvisamente, alle mie spalle, sento i miei due carissimi amici emettere grasse risate. Mi volto: uno dei due sventola le chiavi della mia punto gialla "A pezzi de merda dò me l'avete messa,a stronzi..". I due scappano ma la mia vescica è troppo piena per cominciare un inseguimento: la piscina chiama. Naturalmente il furto d'auto era tutta na scusa pe famme uscì qua fori,penso,mentre comincio ad innaffiare l'acqua celestina dall'odor di cloro della piscina. Eseguo il gesto con molta spensieratezza e felicità..nonstante tutto. Ma ecco! è in quel preciso istante che abbasso lo sguardo e mi accorgo che la chiazza gialla nella piscina sotto di me,non è il frutto dei miei scarti fisiologici appena prodotti, ma la testa della biondina niente male del divano. Si era comodamente spogliata ed ora praticava sesso acquatico con un tizio..insomma,era lei che stavo innaffiando. Naturalmente il fortunato tizio non ci mette molto ad uscire dalla piscina con intenzioni alquanto serie di linciarmi, mentre io mi do alla fuga con i jeans calati e dei boxer orrendi,per colpa de mi madre che non aveva avuto tempo de lavà quelli boni. Tutto ciò, mentre i miei due carissimi amici,si gustano avidamente la scena finale.

Racconto scritto da Giovanni Sansone

giovedì 18 marzo 2010

PARTENZA

(Ispirato alla vita dei piloti che hano fatto vivere e infiammare il pubblico, ispirato al mago, il professore, il leone e l'aviatore).

Si sente nell’aria il profumo di benzina che fa incendiare l’asfalto. Il cuore sobbalza, gli occhi si chiudono, per un attimo di calma. Mette il casco come un elmo di un antico guerriero, forgiato dal fuoco di mille battaglie. Un ultimo respiro, apre gli occhi, sale sulla sua potente vettura, ma quella potenza non è bastata per arrivare alla pole. Ascolta gli ultimi consigli della scuderia ma col sorriso celato dal casco e un movimento del collo, sa già che alla partenza il suo spirito di diavolo uscirà. Lui non è un lupo approfittatore che per un po’ di cibo in più si fionda, disposto ad attaccare persino la stessa mano che gli dà il cibo e scappare all’arrivo dell’uomo col bastone. Lui è un leone fiero e calmo, ma quando scatta per afferrare la preda non la molla per nessun motivo, rabbioso come pochi. Piove, tutti hanno paura, lui no, aspettava la pioggia col sorriso, alla chiusura dell’elmo le zanne del demone escono. Il motore ruggisce, la partenza sta per arrivare. Le persone presenti sentono solo un rumore assordante invece della poesia che esprime il motore. Lui sente quella poesia e sa cosa dice. Nella partenza vorrebbe sentire lo stridere delle gomme sull’asfalto, ma non può per colpa della tecnologia che opprime l’auto e lui cerca di ribellarsi, è l’ultimo ad affidarsi alle sue capacità. Sa che alla fine farà un miracolo e nessuno gli potrà dare fastidio, anzi è lui che dà fastidio facendo sembrare l’impossibile qualcosa di facilissimo.

Racconto scritto da Vincenzo

domenica 14 marzo 2010

!L'ULTIMO SHOT!

Hai mai pisciato sangue?E mentre lo fai crepi dal dolore,ti senti scoppiare il cazzo,le tempie esploderti?Allora fai due passi indietro dal cesso e con gli occhi pieni di terrore fissi lo specchio...e lì ti vedi:vecchio,calvo,con il viso ingiallito,senza denti.Corri verso di esso ti tocchi la faccia,non ti riconosci vorresti gridare,urlare dalla disperazione,ucciderti!!.....improvvisamente ti svegli;sudato,nudo nel letto ti tocchi il cazzo,poi il viso:allora ti accorgi che hai ancora vent'anni.Spaesato ancora dal fottuto incubo ti guardi intorno nella tua stanza;e la mente torna alla realta':pensi a quello che hai fatto la sera prima;pensi che non hai piu' un euro in tasca,che ti sei bruciato tutti gli amici,che hai distrutto un altra macchina e che hai perso l'unica persona che forse ti voleva veramente bene.E allora pensi che forse,era meglio pisciare sangue.

Racconto scritto da Giovanni Sansone

mercoledì 10 marzo 2010

ANCHE IN PARADISO HANNO I LORO DIAVOLI

Paradiso, San Pietro si presenta nello studio di Dio per discutere sulla scelta del passaggio delle anime, Pietro accomodandosi nella comode poltrone celestiali e iniziando a parlare "adesso basta ne ho viste davvero troppe! ora in paradiso accettiamo porci e cani! ora anche gli emo! ma che cavolo sono gli emo!?", Dio dando le spalle al santo scrutando il lontano orizzonte, risponde con voce calma e profonda "calmati Pietro, non puoi parlarmi cosi, non fare il bigotto e rispetta il tuo ruolo", Pietro si alza di colpo mettendosi a gironzolare fissando il pavimento davanti all'onnipotente, "insomma, ma dico, li hai visti? gli uomini sembrano donne!, le donne hanno dell'uomo! con quei capelli davanti gli occhi, magri curvi e ossuti, fanno quasi impressione! Lazzaro era fresco come una rosa al loro confronto!", Dio "è solo un’ altra moda, non c'è da preoccuparsi...", Pietro "e se decidessi di non farli entrare? come portiere, avrò il diritto di mantenere la decenza qui dentro no?", rimanendo immobile con le braccia aperte, Dio facendosi più grosso, "non usare quel tono con me! tu sei solo un portiere, e se ti dico che quei corvi entrano, entrano chiaro!", puntando il dito verso il suo sottoposto a ogni frase, Pietro dirigendosi triste verso la porta come quando Adamo ed Eva vennero licenziati, "ma che gli prendi a questi giovani?, forse sarà meglio che mi prenda un periodo di pausa...", mormorò tra se e se, alzando le spalle, Dio "tu prenditi un periodo di pausa e ti rimpiazzo! e l'ultimo posto rimasto è come bagarino nei concerti dell'inferno!", Pietro "e va bene e va bene! il reggi chiavi torna al suo lavoro, che lei sia sempre venerato grande capo!", rispose con l'ultimo goccio di sfrontataggine rimastogli, prima di uscire sbattendo la porta, mentre Dio ritorna sulla sua comoda poltrona, e si rimette a posto la cravatta.

Racconto scritto da Marco

martedì 9 marzo 2010

ALBICOCCA


Mara è ferma al semaforo, si morde il labbro inferiore, vorrebbe che non diventasse mai verde, che si bloccasse per sempre sul rosso in modo da impedirle di andare avanti; lei non vuole andare avanti. Ma ora è verde. Mara da gas al suo motorino sgomma e parte. Accanto all’incrocio appena passato due vigili del fuoco forzano il bagagliaio di una mercedes grigio fumo; nessun curioso stranamente li accerchia. I due si danno da fare, imprecano e finalmente il bagagliaio si apre:dentro, legato mani e piedi, un bambino. Il vigile più grosso lo prende in braccio lo stringe cercando di rassicurarlo; il piccolo piange. il vigile più basso provato più dal vedere un bambino chiuso in un bagagliaio che dallo sforzo compiuto, chiama la centrale e conferma il salvataggio appena compiuto. Dopo un po’ piange anche lui, ma non lo dà a vedere. Sono cose che toccano queste, toccano lo stomaco, il cuore, i polmoni e non c’è uomo che tenga. Il bambino ha capelli rossi ed ora indica un palazzo con il suo dito, all’orizzonte. In una finestra di quello, l’immagine riflessa di una donna, nel suo appartamento, mostra tutte le particolarità di un volto tormentato e vivace. La donna guarda se stessa in quella lastra di vetro: si odia, odia la sua immagine, vorrebbe tirarle un pugno e spaccarla, farsi male, vedere sangue sulla sua mano, piangere, disperarsi. Ma sa che quella sarebbe pazzia e non è ancora giunto il momento, almeno non a quell’ora del mattino. È ancora troppo presto per il suo delirio personale, pensa, mentre il riflesso, crudele e beffardo, continua a guardarla. Il sole di mezzogiorno,orrendamente vivo illumina finestre, porte, antenne, occhiali, giardini, alberi, monumenti, situazioni, lamiere. Mara arriva a scuola. Il cortile è vuoto, troppo vuoto, la campanella è già suonata da un pezzo. Ma gli imprevisti le sono sempre piaciuti. Lascia cadere il suo motorino ed il casco quasi contemporaneamente, lo aveva precisamente immaginato e poi programmato. In molti allora si affacciano dai finestroni del liceo per guardare incuriositi dai quei rumori ed è in quel momento gli occhi vecchi ed esperti dei professori, sono esattamente gli stessi di quelli dei ragazzi. Si, perchè di fronte a queste cose rimaniamo sempre sorpresi, incapaci di comprendere, come se gli anni e le esperienze si annientassero, vecchi o giovani, assistiamo impotenti e confusi. Ora Mara vorrebbe veramente fermarsi, pensa che è ancora in tempo per ritirarsi e cavarsela con una figuraccia, una delle tante. Ma dio non si è opposto e l’ha condotta fino a quel punto; persino il semaforo che ha tanto pregato che potesse fermarla, non ha opposto resistenza…e quando gli dei ed i semafori sono dalla tua parte, allora vuol dire che quella è la tua giornata, in cui si è destinati a fare grandi cose. Cose che tutti ricorderanno per sempre. Mara ha deciso; lascia cadere lo zaino e con sguardo di sfida muove verso l’entrata della sua scuola: quant’è bella con il sorriso sghembo al sole; i suoi lunghi capelli biondi profumano di albicocca e la sua beretta M9, che nasconde nei jeans sotto la maglietta, ha le iniziali di suo padre incise sul calcio. Dentro l’aula centonove del liceo una professoressa piange, implora la giovane Mara di fermarsi ‘’Vedrai andrà tutto bene, mi prenderò cura io di te, le cose si aggiusteranno e si rimetteranno a posto’’ la solita filastrocca però...Mara sente il cuore, che pur aveva allenato a rimanere di ghiaccio e impenetrabile per questo giorno, spezzarsi d’un tratto e vorrebbe di nuovo veramente fermarsi; ma ha subito troppo e troppo grande e insopportabile è tutto ciò che ha dovuto vedere, toccare, sentire, provare. La prof ora ha smesso di implorare, né piange. Non potrà farlo mai più e come lei due ragazzi della centonove che dopo gli spari improvvisamente si svuota, mentre il corridoio del secondo piano del liceo invece, si riempie di grida di terrore e di passi pesanti. Mara ancora immobile ed impietrita nella centonove, si accorge che non era ciò che si sarebbe aspettata di provare: né il conforto né la pace tanto desiderata arrivano…ma aveva messo in conto anche questo. Quando le sirene e molti estranei, alcuni dei quali armati, sopraggiungono sul luogo, non trovano che una beretta M9 appoggiata su un banco dell’aula insieme a tre farfalle morte...Mara è già sul tetto dove proverà a volare per l’ultima volta. Che bella l’altitudine pensa. Si le è sempre piaciuta: vedere tutte quelle persone, quelle case, quelle automobili così piccole; e poi quella brezza leggera che le solletica il naso. Mara apre le ali. È pronta. Solo alcuni no strozzati improvvisamente, di alcune sue compagne giunte sul tetto cercano di opporsi alla sua partenza; ma lei è già nell’aria, nel vento, fluttua nel cielo e nella leggerezza del mattino. Mara ha già spiegato le ali e ora vola. Vola mentre il profumo di albicocca inebria la città.

Racconto scritto da Giovanni Sansone

Disegno di Luca Lamberti

IL MERCANTE DI ANIME

L’uscio dell’emporio era socchiuso e dall’interno proveniva una fioca luce rossastra. Sospinsi la porta che si aprii con uno scricchiolio. Entrai titubante e mi guardai intorno, posando lo sguardo sugli strani strumenti che riempivano gli scaffali e le decine di pergamene accatastate sul lungo bancone. Alcuni arazzi occupavano interamente le pareti e un pendolo rotto si stagliava sul muro di fronte.
La donna che mi aveva indicato quel negozio aveva descritto il mercante come un personaggio insolito, viscido e terrificante. Si raccontava che avesse più di quattrocento anni e che non avesse un nome, sebbene nel corso dei secoli gli avessero attribuito diversi appellativi. C’era inoltre chi sosteneva che non fosse del tutto umano.
Quando la strana figura emerse da una porticina posta dietro il bancone, trasalii. La sua statura era quella di un bambino, ma le rughe e l’espressione del volto emaciato tradivano la sua età. Era calvo e le sue labbra erano aperte in una sorta di ghigno. Mi squadrò con i suoi occhi acquosi, in attesa che mi pronunciassi. Per un istante temetti di aver sbagliato indirizzo, non poteva essere lui la persona che stavo cercando. Affondai una mano nella tasca del cappotto e afferrai il foglietto che avevo conservato. Rilessi quanto la donna aveva scritto e tornai a fissare il volto impaziente dell’uomo dietro al bancone.
“Mi hanno detto che tu puoi aiutarmi”. L’uomo non mutò espressione, né disse nulla, così continuai “Sto cercando una merce, qualcosa di molto…particolare”. Il mercante sbatté le palpebre, annoiato. “Qualcosa che non si trova in questa stanza”.
Lui sollevò un sopracciglio, guardandomi scettico e il ghigno sparì dal suo volto. “Non so di cosa tu stia parlando: non c’è nulla oltre questa stanza. È meglio che tu vada”. Si voltò e si mise a trafficare con alcune cianfrusaglie. Non potevo arrendermi né permettermi di perdere altro tempo, così mi sporsi oltre il bancone e afferrai il mercante per un braccio, inducendolo a girarsi verso di me. “Ho bisogno di un’anima” sussurrai,
L’uomo si staccò dalla mia presa e si ricompose. Mi fissò a lungo prima di prendere la sua decisione. “Quanto denaro hai con te?” domandò. “Quanto basta” risposi. Il mercante mi fece segno di seguirlo oltre il bancone, attraverso la piccola porta dalla quale era apparso poco prima.
Mi precedette tenendo in mano una lampada a olio ed io lo seguii scendendo per una stretta scala a chiocciola fino a raggiungere uno scantinato. L’ambiente era molto più grande della stanza al piano di sopra e rimasi affascinata dalla quantità di libri e oggetti ammassati in ogni angolo.
“Che tipo di anima ti occorre?” mi chiese cercando qualcosa su uno scaffale. “Non ha importanza” risposi “ma dev’essere forte abbastanza: ho sentito dire che quelle più deboli non sopravvivono a lungo” aggiunsi.
Lui sospirò e annuì col capo: “E’ così. Le anime più resistenti sono difficili da ottenere e per averle occorre molto denaro”. Gli lanciai un’occhiataccia. “Ti ho già detto che il denaro non è un problema: procurami quest’anima e pagherò qualunque prezzo”.
Il mercante afferrò un’ampolla e la posò sul tavolo davanti a me; conteneva uno strano vapore bianco. “E’…è questa?”. “E’ un’anima molto forte” dichiarò l’uomo. La presi tra le mani e la soppesai pensierosa; poi aprii la sacca e la lasciai scivolarvi dentro.
Consegnai al mercante una busta; lui ne controllò il contenuto e sorrise soddisfatto. “E’ sufficiente?”. “Lo è” asserì accompagnandomi fuori, oltre l’uscita sul retro.
Prima di andarmene mi voltai verso di lui: “Resterai qui ancora per molto?”. L’uomo scosse la testa. “Non posso restare a lungo in un posto…la maggior parte della mia merce è pericolosa. Se scoprissero che ti ho venduto quell’anima finirei in guai molto seri” si guardò intorno con fare circospetto, come per timore che qualcuno avesse potuto sentire quanto aveva detto “Rimarrò in città per altri due o tre giorni, poi andrò via, in cerca di un altro luogo per i miei affari”.
Feci un passo nella strada deserta, illuminata solo dal fievole lampioncino accanto al negozio. “Addio, allora”.
Il mercante sorrise, sfoggiando il suo ghigno irritante. “Sono sicuro che ci rivedremo, quando tornerò in città”. Distolsi lo sguardo da lui e ripresi a camminare. La luce svanì improvvisamente e quando mi girai vidi che l’uomo era sparito e con lui ogni traccia dell’emporio.

Racconto scritto da Roberta