venerdì 30 aprile 2010

LA BANDIERA DI UN PICCOLO PAESE

Sopra un piccolo colle, sorgeva un piccolo paese, con al centro una piccola piazza, non c'erano strade per raggiungerlo, ma solo sentieri aperti tra i campi di grano, con tappeti d'orati di spighe cadute, non era nemmeno segnato sulle mappe, e da tempo nessuno pronunciava più il suo nome, tanto che tutti si dimenticarono come si chiamava. L'ultimo vessillo rimasto era una bandiera sbiadita, che sventolava stracciata aggrappata a un asta, la bandiera era triste e sola, perché una volta venivano i bambini a giocare sotto di lei, ma era da una vita di un uomo adulto che non c'erano più bambini nel paese, e i profumi dei giochi se ne erano andati da tempo. Gli rimaneva guardare verso l'orizzonte, dove tutto sembrava più illuminato, e chiedere ogni giornata al vento di strapparla dall'asta e portarla via con sé. Un pomeriggio giunse improvvisamente il buio, un oceano di nubi scure sovrastarono i tetti delle case, un vento tagliente schiaffeggiava la bandiera, tutti si chiusero dentro le loro case, pregando che la tempesta se ne andasse come era arrivata, aspettando che tutto tornasse tranquillo, e nessuno si accorse che la bandiera stava volando via in sella alle correnti, in balia degli eventi. Era morto un sole e sorto un altro, da quando la bandiera aveva lasciato il suo piccolo paese, nel cammino mentre piangeva di gioia, le lacrime divennero gocce di una pioggia fresca e confortevole per un pugno di lavoratori. La bandiera guardava dall'alto i disegni che formavano enormi stormi di uccelli viaggiatori, li segui fin ché non divennero una piccola macchia scomposta sparire tra le nuvole, poi iniziò a scendere per mescolarsi con le tinture delle terre sotto di lei, salutando il vento generoso che aveva ascoltato le sue preghiere. Era arrivata in terre così lontane che non sapeva riconoscere ne alberi ne alberelli, non c'era un fiume un lago o un colle, che le seppe dire in quale direzione aveva lasciato il suo paesino, quindi continuò il suo viaggio serpeggiando di prato in prato, perché ogni posto per lei, aveva motivo d'essere visto.
La bandiera così continuò a girare il mondo, incontrò altre bandiere di grandi paesi, queste gli raccontarono le loro storie e le imprese nei loro natali. La bandiera non aveva molto da raccontare del suo paese, perché non succedeva mai niente, ma si mise a raccontare, di come il vento faceva danzare le fronde degli alberi, dei grilli che cantavano sotto le stelle e di come erano buone le fragole in estate. Ma essere la bandiera di un piccolo paese già gli mancava, si immaginava il suo ritorno, le facce stupite degli altri, mentre lei gli raccontava del suo viaggio. Decise di ritornare al suo paese, ma sfortunatamente non ne ricordava il nome, nessuna strada la poteva portare al suo paese, perché non ce ne erano, e nemmeno le mappe potevano dargli consiglio. Aveva perduto un piccolo angolo di mondo, che non avrebbe mai ritrovato, se non dentro il suo cuore, attraverso i ricordi che non potevano essere portati via dal vento, tuttavia non cessò di tentare, qualcuno dice che di lei ne è rimasto solo un fazzoletto bianco, e che se si guarda in alto nel cielo la si può veder passare di tanto in tanto.

racconto di Marco Arnoldi

sabato 24 aprile 2010

IL GIORNO IN CUI DIO DECISE DI FARSI UN GIRO IN MACCHINA SULLA TERRA

- Prefazione di Giovanni Sansone

Un venerdì sera di qualche mese fa, tornavo a casa dopo una serata trascorsa con gli amici. Chiusi la macchina, attraversai il portone e aspettai che arrivasse l' ascensore : quando arrivò, le porte si aprirono da sole e fui investito da una luce chiara, gialla, accecante. Quando riaprii gli occhi non vedevo niente, solo luce, luce e ancora luce; improvvisamente, seguita da un rumore tipo eco, una voce imponente che avevo sentito solo nei cartoni animati, mi sovrastò tutt' intorno: GIOVANNI SONO DIO. Giuro sulle mie palle che quella sera non avevo bevuto molto con gli amici, ma lì per lì credetti anch' io di essere sotto l' effetto di qualche sostanza. Comunque, la voce continuò : HO SCELTO TE. TU FIGLIO MIO, DOVRAI RACCOGLIERE QUESTO MIO RACCONTO E.... improvvisamente la voce si arrestò.. ci fu mezzo minuto di silenzio, poi di nuovo l' eco e di nuovo la voce; solo che questa volta aveva perso quel tono formale e strutturato e sembrava che la voce si stesse confidando con un amico che si conosce dalle elementari, o con uno con il quale si va a giocare a calcetto insieme il martedì sera: NO SENTI GIOVA' , IN REALTA' NON VOGLIO FAR ALTRO CHE SFOGARMI CON QUALCUNO. NON CE LA FACCIO PIU' ! GIURO SU ME STESSO, CHE SONO MILIONI DI ANNI CHE STO QUI, DA SOLO.
" Da.. solo? " risposi io.
SI. SOLO COME UN CANE. TUTTE QUELLE COSE CON CUI VI HANNO IMBASTITO IL CERVELLO, PARADISO, INFERNO, PURGATORIO, ANGELI, DEMONI, SATANA TUTTE CAZZATE GIOVA' !! CAPISCI GIOVA' ? TUTTE IDIOZIE, FALSITA' , INVENZIONI. QUA SOPRA CI SONO SOLO IO, SEMPRE E SOLO IO, NIENT' ALTRO CHE IO E ME. NON FACCIO ALTRO CHE CREARE UN PAIO DI UNIVERSI E QUALCHE MILIARDO DI STELLE E PIANETI PER NOTTE, MA POI MI RITROVO IN VESTAGLIA, CON LE CIABATTE A FORMA DI FACCIA DI HOMER SIMPSON AI PIEDI, ASFALTATO SULLA POLTRONA PER TUTTO IL SANTO GIORNO... SOLO!
Ricordo ancora che fu in quel preciso istante che capii di non essere nè ubriaco, nè morto e realizzai che Dio, D - I - O in persona, stava parlando con me! anzi meglio, si stava sfogando come un depresso e dalla voce capivo anche,che stava messo veramente male. Ora, visto che io non sono mai stato uno sfigato,al contrario della maggior parte dei miei colleghi, non iniziai a pormi le classiche domande che loro si sarebbero posti - ma perchè ha scelto proprio me?- - ma possibile che abbia scelto proprio me?- nè tantomeno le porsi a Lui (del tipo "ma Dio, chi sono io, in mezzo a tanti, per ricevere l' onore supremo di parlarTi o di raccogliere ed andare a proferire il Tuo verbo? " ) No! io no! Ma anzi, incalzai il discorso e mentre i miei occhi si trasformavano in due simboli a forma di Euro, diedi una delle risposte con le quali mi sarei guadagnato la fiducia prima e poi, in futuro, l' esclusiva sul Grande Capo : " Scusa ma non è vero che sei completamente solo e che non hai amici Padre, adesso ci sono io. " Sentii un rimbombo cupo e profondo e il pavimento di luce chiara e accecante sotto i miei piedi, tremò come pervaso da una piccola scossa di terremoto... Dio stava ridendo! Dio stava ridendo, pensai. Il mio nuovo amico era felice,lo stavo già facendo sentire meglio e la cosa giocava solo che a mio vantaggio. Altro che intervista col vampiro, altro che intervista a Fidel Castro o ad Osama bin Laden, altro che intervista al Dalai Lama o a qualche primo ministro dei miei stivali del cazzo... io stavo per ricevere in mano roba che scottava. Pensai che se mi fossi giocato bene le mie carte, sarei diventato molto ma molto ricco, forse l' uomo più ricco e importante della Terra.

Continua..




martedì 20 aprile 2010

LA CULLA DELL'INSICUREZZA

I miei occhi intrisi di sangue dicevano che avevo passato un’ altra notte a piangere, le mie palpebre rigonfie, aggiungevano anche quella prima e prima ancora, piangevo per quello che avevo fatto, le mie mani intrise di sangue denunciavano la mia follia, il coltello a terra era stato il mio complice.
La mia anima era stata avvelenata dalla gelosia, come un secchio riempito di sabbia da un bambino, dentro di me avevo dato vita a una creatura che ingrassava, e prendeva spazio, e me ne fregavo del mondo circostante, me ne fregavo di farne parte, e me ne fregavo della mia infinita insicurezza.
Non avrei mai potuto capire fino in fondo, cosa avrebbe comportato il mio gesto, in un momento capii di passare dalla paura di perdere tutto quello che amavo, alla certezza di averlo perso, e non potevo farci niente, oltre che piangere.
La lama del coltello aveva accarezzato le mie budella, la mia mano armata aveva colpito con la forza di un amore amaro, se dio ci creò a sua immagine e somiglianza allora era morto come mori io.

Racconto scritto da Marco