Scritto da Marco Arnoldi
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mercoledì 3 ottobre 2012
TESTAMENTO DI UN CARDINALE
Entra nella stanza, non chiede permesso, è il vento gelido dell'inverno, denuncia l'arrivo dell'angelo della morte, finisce un altra giornata la pioggia è tornata. Mi accascio tra le tenebre, in attesa che io possa essere accolto dalle anime dei poveri feti, che non hanno mai assaggiato il sapore della vita, poveri feti che hanno guardato gli occhi dell'oscura compagna, prima delle iride delle loro madri, puri tra i puri, vittime della fatalità, non condannati a soffrir di vita. Eppure piangono l'inferno, le loro lacrime restano li a battezzarli, come si dona una medaglia al valore miserabile. Bruceranno le mie ossa, che hanno retto questo fantoccio peccatore, o signore non hai mai armato le tue mani di strumenti inutili e non hai mai giocato d'azzardo con l'uomo, ma nonostante questo hai permesso di scommettere su di me, causando dolore. Mi preparo a morire, mi preparo alla mia natura, bella affascinante e orribile.
Continuo il mio viaggio lasciando la materia in queste mura, e portando con me solo il bagaglio della mia anima, perché l'immortalità è l'immobilità dell'instabilità, la trasmutazione invece è il volere del progetto divino, sulla mia tomba leggerete, ci vuole tutta la vita per imparare a vivere e quel che forse sembrerà più strano è che ci vuole tutta la vita per imparare a morire, seguirà il mio nome?
no, Seneca.
Scritto da Marco Arnoldi
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